Nel mondo industrializzato le iniziative per ridurre gli impatti dei disastri sono state piuttosto contrastate dalla creazione di nuove fonti di vulnerabilità e dall'amplificazione delle fonti già esistenti. Anche laddove le radici culturali della società forniscono una solida base storica per le reazioni ai disastri, c'è un processo continuo di trasformazione socio-economica che conduce, in particolare, alla creazione di una cultura consumistica universale basata sul capitalismo del mercato libero, nella quale i disastri assumono essenzialmente la forma di fasi di consumo accelerato delle risorse. Paradossalmente, malgrado l'attuale riduzione del ruolo dello Stato in tanti aspetti del welfare e dell'economia, c'è stato un aumento generale nel livello e nell'intensità dell'intervento statale nel campo della protezione civile e nel soccorso dopo i disastri. Ma solitamente le innovazioni nel modo in cui le catastrofi vengono affrontate seguono gli eventi stessi (la cosiddetta "finestra di opportunità", vedi Solecki e Michaels 1994). Nel periodo seguente l'impatto l'opinione pubblica è più sensibile al problema e richiede un'immediata azione governativa per migliorare la sicurezza. In questo senso i disastri degli anni '80 e '90 hanno spinto molti paesi sviluppati a progettare misure di protezione civile, a creare la necessaria struttura burocratica ed istituzionale, ad istituire misure di mitigazione del rischio e ad allestire programmi di addestramento per i lavoratori di emergenza.
Diverse tendenze sono emerse nel modo in cui le emergenze vengono affrontate. Per primo, la tradizionale struttura "monolitica" della catena di comando è diventata impopolare e viene spesso sostituita dal "sistema di comando dell'incidente" (
incident command system -
ICS), in cui le unità operative lavorano autonomamente in parallelo, anziché in una gerarchia subordinata (Irwin 1991). La chiave al successo dell'ICS è la comunicazione tra le agenzie che lavorano sul disastro. Se il flusso di informazione è sufficiente, le iniziative non dovrebbero essere né duplicate né trascurate, tutti i compiti importanti saranno eseguiti e le unità operative dovrebbero rispondere mutualmente ai loro bisogni collettivi. Quindi la seconda tendenza è quella del miglioramento della comunicazione in tempo reale durante i disastri. In questo contesto l'Internet giocherà un ruolo sempre più fondamentale, e si è già dimostrata sufficientemente flessibile e rapida nella gestione delle emergenze (ad esempio, i paesi del gruppo G‑7 hanno organizzato un'iniziativa per promuovere una
Global Information Society che contiene una proposta per l'utilizzazione dell'Internet per allestire un sistema mondiale per la gestione delle emergenze -- vedi
http://info.ic.gc.ca/G7/). L'Internet permette non soltanto la quasi istantanea trasmissione di testi, dati ed immagini, ma anche a singoli individui di seguire l'emergenza dovunque siano nel mondo; un fatto che apre le porte alla partecipazione di esperti di ogni tipo provenienti da qualsiasi parte del mondo. La Federal Emergency Management Agency statunitense ha conquistato il primato nell'uso dell'Internet per diffondere notizie sui disastri e informazione su come mitigarli. Il suo sito della World Wide web (
http://www.fema.gov/) viene usato da milioni di utenti e fornisce un modello per iniziative simili altrove.
Una terza tendenza è quella dell'automatizzazione del processo di microzonizzazione del rischio. I sistemi di informazione geografica (GIS) vengono ormai largamente usati per l'analisi e per l'esposizione di dati sulla vulnerabilità territoriale e sugli impatti delle calamità (Carrara e Guzzetti 1995). Tramite l'integrazione di informazione sui rischi con dati socio-economici, essi permettono l'elaborazione di scenari di pericolosità e la pianificazione delle risposte a futuri disastri. L'impiego dei GIS è stato fondamentale per favorire uno spostamento nella pianificazione locale e regionale dallo studio di singoli rischi ad un approccio più generale del tipo "all-hazards" in cui si studia la pericolosità generale della zona in termini della totalità dei rischi che hanno un'importanza locale. Questo processo veniva considerato troppo costoso per uso generale quando si doveva fare manualmente, ma l'arrivo della tecnologia d'informazione e la disponibilità di programmi di GIS flessibili e poco costosi ha reso possibile la microzonizzazione
all-hazards al livello di singoli comuni. Negli Stati Uniti la Federal Emergency Management Agency ha sponsorizzato lo sviluppo di un GIS nazionale, intitolato HAZUS (la sigla di "Hazards in the United States"), il quale verrà usato dagli Stati, dalle Contee e dai singoli Comuni, soprattutto quelli metropolitani, per determinare i rischi naturali e tecnologici, per pianificare le risposte di emergenza e per mitigare gli impatti dei disastri (RMS 1993).
Per di più, c'è una crescente tendenza ad ottenere che la mitigazione del rischio sia una condizione dell'eventuale aiuto finanziario statale dopo il disastro. Nella maggior parte delle aree a rischio di calamità naturale gli intervalli di ricorrenza sono approssimante conosciuti, come sono anche le probabili conseguenze degli impatti dei disastri. La microzonizzazione e l'analisi della vulnerabilità possono fornire ulteriori dettagli (Foster 1980). Ci sono quindi pochi motivi per dire che l'entità dei danni futuri è imprevedibile. Inoltre, i rapporti costo: beneficio dell'investimento nelle tecniche di mitigazione sono quasi sempre positivi in termini del valore dei danni evitati (Petak e Atkisson 1982). Nello stesso tempo, il bisogno di ridurre il budget fiscale induce molti governi a cercare un modo per limitare le spese di soccorso. Si cerca un nuovo ruolo per l'assicurazione, in cui la mitigazione del rischio è la chiave sia alla riduzione del rischio, che all'abbassamento del costo dei premi (Kunreuther e Miller 1985).
Mentre l'impatto globale delle alluvioni, della siccità e delle tempeste tropicali è più catastrofico, sia in termini umani che in quelli economici, i terremoti forse rappresentano meglio il tipico disastro di impatto immediato. Annualmente il danno dovuto ai sismi ammonta a US$50.9 miliardi e viene distribuito largamente nel mondo (IFRCRCS 1996). In modo tale da offrire un esempio dettagliato della fenomenologia dei disastri moderni, la seguente sezione esaminerà alcune delle caratteristiche epidemiologiche dei disastri sismici avvenuti a metà degli anni '90.
I disastri sismici recenti, 1993-96Nel periodo settembre 1993 - settembre 1996 ben 54 terremoti hanno causato infortuni: 43 (circa 14 all'anno) hanno causato morti mentre 47 (circa 16 all'anno) hanno provocato feriti. Durante questo periodo 19.969 persone hanno perso la vita e 89.419 hanno subito ferite nei disastri sismici. La mortalità media annuale di 6.656 è relativamente bassa in paragone con la media degli ultimi 25 anni, la quale è 21.593 (IFRCRCS 1996). Questo fatto riflette l'assenza nel periodo di studio di grossi eventi come il terremoto cinese di Tangshan (1976), il quale uccise 240.000 persone. Comunque, la media annuale di ferite per il periodo 1993-96, 29.806 persone, è molto vicino a quella degli ultimi 25 anni.
Mentre i terremoti di magnitudo 6,5-7,5 costituivano soltanto il 43% degli eventi che hanno provocato infortuni (i quali erano a loro turno circa il 60% di tutti i terremoti che hanno causato danni nel periodo in questione), si aveva l'84% dei morti e il 96% dei feriti in questi eventi. Si può quindi assumere che gli eventi di magnitudo più bassa hanno causato meno infortuni, mentre quelli di magnitudo più alta erano infrequenti ed isolati tale da non causare grande mortalità nel periodo studiato. Circa il 93% dei morti e il 77% delle ferite sono stati causati da terremoti che accadevano tra mezzanotte e le 6,00 di mattina (malgrado il fatto che questi costituivano soltanto il 33% dei terremoti che provocavano infortuni). Questo fatto indica che il rischio di mortalità o morbilità nei terremoti è significativamente più alto di notte (Alexander 1996).
Gli eventi studiati confermano che il crollo degli edifici è la fonte principale degli infortuni nei terremoti (Page et alii 1975). Ma è anche chiaro che nella maggior parte dei sismi le vittime sono concentrate in relativamente pochi edifici che crollano: palazzi di appartamenti in Russia e Turchia, alberghi in Messico e Grecia, scuole in Cina ed Egitto. Nei terremoti studiati i tipi di ferita traumatica hanno seguito il normale inquadramento per i terremoti: arti rotti, trauma al cranio, ferite alla schiena e al torace, lacerazioni, ferite di schiacciamento, ustioni. Comunque, la proporzione di persone seriamente ferite a quelle con ferite lievi variava notevolmente dal 2 al 84%. Il rapporto medio tra mortalità e morbilità dimostrava più regolarità, essendo 1:3,44, un valore vicino al rapporto di 1:3 previsto da altri indagini (PAHO 1981, Alexander 1985).
In alcuni casi, le vittime sono state estratte vive dalle macerie fino a 6 giorni dopo il terremoto; però, come è prevedibile, la stragrande maggioranza dei sopravvissuti sono stati salvati entro 24 ore del disastro (cfr. Noji et alii 1993). Mentre era difficile determinare un rapporto tra il numero di edifici crollati e il numero di morti, alcuni dati parziali suggeriscono che ci potrebbe essere una media di 10-16 morti per ogni 100 edifici che crollano completamente nel sisma.
Il panico che accompagna l'evento disastroso è un fenomeno complesso e sulla cui definizione e casistica è acceso il dibattito (vedi Alexander 1995); esso veniva rilevato e identificato in 14 dei circa 86 terremoti dannosi che accadevano nel periodo studiato, mentre la fuga veniva descritta in 25 eventi.
Nei tre anni in considerazione i terremoti colpirono ripetutamente gli stessi posti. Così, 10 sismi colpirono l'Indonesia (soprattutto nella Provincia di Irian Jaya) 7 la Cina (soprattutto nella Provincia di Yunnan). Sulla globalità ben due terzi dei disastri sismici hanno avuto luogo in Asia, e tuttavia anche se questa cifra è alta in termini della media a lungo termine (che è il 36%), vale la pena ricordare che ben metà di tutta la mortalità registrata nei terremoti è accaduta in Cina (Coburn e Spence 1992).
Questo quadro riassuntivo della fenomenologia dei terremoti recenti ci offre tre possibili lezioni. La prima ci porta a dire che gli sforzi globali di mitigazione sismica devono essere concentrati laddove i terremoti colpiscono ripetutamente e con maggior devastazione. La seconda, che nel periodo immediatamente dopo un terremoto le risorse di salvataggio devono essere concentrate in relativamente pochi posti e devono essere rese disponibili con grande tempestività affinché si possa salvare la vita delle persone rimaste sotto le macerie. La terza, che la cifra degli infortuni nei terremoti dipende molto dal momento della giornata in cui accade il sisma (ad esempio, secondo l'orario in cui esso avviene, il prossimo grande terremoto nell'area della baia di San Francisco Bay potrebbe causare danni valutabili tra $115 e $135 miliardi, potrebbe uccidere tra 2.000 e 6.000 persone e potrebbe ferire seriamente 8.000-18.000 vittime; Shah 1995). Apparentemente, i disastri sismici che avvengono di notte danno meno opportunità di reagire e quindi essi causano una mortalità più alta, sebbene i terremoti che colpiscono le aree metropolitane nei periodi di intenso pendolarismo possono essere anch'essi particolarmente letali.
Benché un particolare intuito può essere tratto dall'analisi di un singolo tipo di rischio, un approccio alternativo è quello di studiare tutti i rischi di calamità naturale che affligono una particolare regione. Questo fornisce un idea della "pericolosità del luogo" (Burton e Hewitt 1971), il rischio complessivo sostenuto dagli abitanti della zona e la magnitudine del problema di mitigazione affrontato dalle autorità civili. Pertanto, la sezione che segue considererà la natura del rischio globale nell'Italia contemporanea e valuterà la qualità della risposta istituzionale per quanto riguarda la sua evoluzione negli anni recenti.
Il rischio di calamità naturale in ItaliaCon un carico sempre minacciante di terremoti, alluvioni, frane, eruzioni vulcaniche, trombe d'aria, maremoti e incendi boschivi, l'Italia denuncia il rischio di calamità naturale più elevato di tutti i paesi europei. Un terremoto dannoso avviene in media ogni 2-4,3 anni (Ganse e Nelson 1981) e nel ventesimo secolo almeno 128.000 italiani sono morti nei disastri sismici (Coburn e Spence 1992). Mentre il miglioramento delle tecniche di costruzione edile, soprattutto per quanto riguarda l'impiego del cemento armato, significherà probabilmente che non ci sarà nel futuro una mortalità paragonabile alle 29,500 persone che morirono in Calabria nei terremoti del 1783-5 o alle 90.000 che perirono a Messina nel 1908, i rischi sismici rimangono alti. Circa il 70% della popolazione italiana risiede in comuni classificati come sismici, mentre il 32% vive nei circa 2000 comuni designati ad alto rischio sismico (Solbiati e Marcellini 1983). Inoltre, alcuni degli edifici più deboli e meno protetti da misure antisismiche sono ubicati nelle aree più sismicamente attive, quale l'Irpinia, gli Abruzzi, l'Aspromonte e la Sicilia occidentale. Inoltre, lunghe fasce della costa italiana sono sottoposte ad un rischio significativo, sebbene maggiormente sconosciuto, di maremoto (Tinti 1991).
Le alluvioni e le frane insieme provocano una media di 36 morti all'anno, un numero che aumentava a 64 nelle alluvioni piemontesi del novembre 1994, le quali provocavano danni per circa Lit. 15.000 miliardi. I terreni geologicamente giovani, tettonicamente disturbati, argillosi e flyschoidi degli Appennini producono circa 3.000 frane dannose all'anno (una per ogni 54 km2), e queste sono largamente distribuite nei 57% dei comuni che presentano il dissesto idrogeologico (Alexander 1987). Comunque, niente può essere paragonato con la Grande Frana di Ancona del dicembre 1982, la quale consisteva nel movimento spontaneo di ben 3,42 kmq di terreno e lasciava 3.661 persone senza tetto (Crescenti 1986). La più grande frana urbana dell'Europa risultava dall'estensione della città di Ancona sopra un versante che aveva mostrato periodici segni di instabilità fin dal 1770. L'esempio di Ancona, come diversi casi analoghi nel mondo, dimostra che ci sono complessi meccanismi sociali che inesorabilmente spingono avanti il processo di sviluppo urbano malgrado che i rischi siano ben conosciuti. Questi processi creano un circolo vizioso di aumenti nella vulnerabilità del luogo.
Nella Regione Campania almeno 3 milioni di persone convivono con il rischio di eruzione vulcanica (Scandone et alii 1993). Circa 552.000 di questi vivono nei 17 comuni dell'area circum-vesuviana. Il Vesuvio ha prodotto storicamente almeno 40 fasi di attività, compreso un periodo di eruzioni periodiche dal 1631 al 1904 (Arnò et alii 1987). Circa 4.000 persone sono state uccise dall'eruzione del 16 dicembre 1631 in una zona che ora ha 230.000 abitanti e una densità di popolazione tra le più elevate d'Europa (fino a 18.000 persone al kmq). Mentre a Monte Etna la natura relativamente pacifica delle eruzioni pone problemi maggiormente di contenimento delle colate laviche e della limitazione del danno (un problema molto costoso ma essenzialmente risolvibile), per il Vesuvio il problema è da una parte il contenimento dell'espansione urbana, la quale minaccia di colonizzare le colate laviche più recenti, e dall'altra come evacuare gran numero di abitanti di fronte ad un'attività vulcanica potenzialmente esplosiva, con colonne pliniane, massicce cadute di ceneri, colate di lava e di fango (Scandone et alii 1993).
La politica e la prassi della protezione civile sono evolute molto lentamente in Italia e, come altrove nel mondo, entrambe hanno risposto più allo stimolo degli eventi estremi che ai bisogni obbiettivamente definiti. Inizialmente si pose poca attenzione al problema. Così, l'anno dopo l'alluvione di Firenze del novembre 1966, la cosiddetta "legge ponte" dette luogo ad un rilassamento del sistema di licenze edilizie tale da permettere un consistente aumento delle costruzioni, e quindi degli edifici a rischio di alluvione, di ben 70% in alcune parti della media valle dell'Arno. Il bisogno di un coordinamento governativo sostenuto in seguito ai terremoti di Friuli del 1976 e dell'Irpinia del 1980 ha dato luogo alla fondazione del Ministero e del Dipartimento della Protezione Civile nel 1982, ma le fortune di queste istituzioni sono state decisamente alterne, dato che le organizzazioni governative che ci sono via via succedute hanno continuamente cambiato i parametri politici sotto i quali esse operano. Ciò nondimeno, il coordinamento nazionale della risposta ai disastri è ormai ben stabilito in modo permanente sotto la guida di un Sottosegretario competente ed esperto, mentre una legge del 1992 obbliga le Regioni e le Province a mitigare i futuri disastri ed istituire strutture di protezione civile. Ma a questo proposito il progresso è stato inaccettabilmente lento. Pochi comuni hanno centri di comando della protezione civile, pochi corsi di addestramento, non c'è ancora un collegio nazionale di protezione civile, e lo studio dei disastri non appare, in se, in nessun ordinamento universitario italiano. In questo aspetto l'Italia è molto arretrata rispetto a diversi altri paesi industriali ed alcuni in via di sviluppo, un discreto numero dei quali già offrono lauree e corsi di specializzazione nello studio dei disastri e nella gestione delle emergenze.
Malgrado la lentezza del cambiamento istituzionale, e l'alto grado di inerzia burocratica, l'Italia è ricca di risorse umane e questi sono relativamente ben organizzate. Le associazioni di volontari svolgono un ruolo fondamentale durante le emergenze e sono particolarmente ben sviluppate nelle aree del nord e del centro che hanno sofferto grandi disastri, come il Friuli e la Toscana. I comuni, come Firenze, che hanno compiuto un sostanzioso progresso nell'allestimento di una struttura di protezione civile, hanno ben integrato le unità di volontari nell'organico operativo.
Avendo considerato il problema globale della vulnerabilità nei paesi sviluppati e in via di sviluppo, ed inoltre avendo esaminato la vulnerabilità nel contesto di un singolo rischio, i terremoti, e di una singola nazione, l'Italia, è ora il momento di fare una sintesi e considerare il futuro della mitigazione dei disastri alla soglia del ventunesimo secolo.
La via del futuroDal mondo pubblico, politico e scientifico l'interesse verso disastri naturali non è mai stato più vivo che al presente. Per la volontà di abbassare i rischi, o per la semplice necessità di fornire soccorsi, i governi e le organizzazioni non-governative sono diventati sempre più coinvolti nella lotta per prevenire gli infortuni e per ridurre le perdite nelle calamità naturali. Però, questi sforzi sono diventati fortemente polarizzati. Il mondo industrializzato ha investito sostanzialmente nelle soluzioni tecnologiche al problema dei rischi naturali, impiegando nuovi sistemi di monitoraggio e di preallarme e progettando costosi sistemi di difesa strutturale. Al contrario, il mondo in via di sviluppo è costretto a dipendere più dalla gestione delle risorse umane, spesso nell'ottica di una situazione complessa di instabilità politica, sociale, militare ed ambientale (Varley 1993). Finora, ci sono stati pochi segni di un grande processo di trasferimento della tecnologia, né di una particolare volontà da parte del mondo sviluppato di condividere con i paesi in via di sviluppo i suoi sofisticati sistemi di monitoraggio e preallarme (Hays e Pouhban 1991).
Ci si chiede se il mondo è capace di mantenere il suo attuale livello di interesse nei disastri e, soprattutto, se è capace di tradurre questo interesse in un miglior grado di mitigazione. Nei paesi industrializzati l'irrefrenabile aumento del valore e della vulnerabilità dei beni immobili produrrà delle perdite future che probabilmente stimoleranno ulteriori sforzi nel campo della mitigazione (Berz 1994). Ad esempio, lo scenario di una ripetizione del terremoto del 1923 a Tokyo (Shah 1995) prevede una perdita economica di US$2.000.000-2.700.000 miliardi, che equivale a 50% del PLN giaponnese (in più ci sarebbero 40.000-60.000 morti). Se questo avviene, l'intera economia mondiale sentirà l'impatto (i dati sono stati, comunque, fortemente contestati; vedi Wiggins 1996). Stranamente, malgrado che la mitigazione è quasi sempre meno costosd della prevenzione del danno, le analisi di costo:beneficio sono rarissime nel campo dei disastri, ed è quindi spesso molto difficile convincere i governi di investire danaro pubblico in misure di prevenzione di cui i benefici non sono immediatamente evidenti.
Per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo, le 21 principali nazioni donatrici hanno aumentato le loro quote di aiuto umanitario quasi sei volte dal 1985 al 1994 (ad un totale annuale di US$3,47 miliardi). Nel solo 1995, la Croce Rossa mondiale ha lanciato 55 appelli di soccorso (9 dei quali esclusivamente per soccorrere i disastri naturali) che hanno prodotto la donazione di un totale di $270 milioni. Il soccorso dei disastri è anche quindi un grosso affare economico. Comunque, il boom negli aiuti che ha seguito la fine della guerra fredda sembra di essere finito, malgrado la continua dimostrazione di alti livelli di bisogno da parte dei paesi riceventi l'aiuto. Data la crescente sensibilizzazione ad un'utilizzazione dei fondi in modo più efficiente, si sta dedicando particolare attenzione alla questione di come integrare il soccorso con la mitigazione e lo sviluppo economico delle regioni colpite dai disastri (Varley 1993). In questo, c'è un bisogno, non soltanto di potenziare il trasferimento della tecnologia, della conoscenza e dei programmi di addestramento, ma anche di imparare dagli eventi del Terzo Mondo. Il valore di questo è stato ampiamente dimostrato, ad esempio, dall'interesse da parte dei vulcanologi italiani nell'eruzione del settembre 1994 della caldera di Rabaul in Papua New Guinea. Questo evento offriva uno scenario molto simile ai possibili meccanismi di eruzione dei Campi Flegrei a Pozzuoli (IAVCEI 1957, Smithsonian Institution 1994). I casi come questo dimostrano che la chiave alla riduzione della vulnerabilità ai disastri risiede nel condividere la tecnologia e la saggezza, ma anche nella migliore gestione delle emergenze come fenomeni sociali che richiedono un'organizzazione innovativa.
In sintesi, i disastri naturali possono essere caratterizzati come una serie di concetti che si innestano, o come fenomeni opposti, o con un grado di complementarità. Possiamo concepirli come una specie di "DNA del disastro" da essere decodificato e spiegato dalla ricerca futura. In questo schema, il tempo è la spina dorsale delle catastrofi, intorno al quale gli eventi si svolgono, mentre lo spazio geografico è il medium di espressione di tali eventi (Alexander 1993b). Ogni nuova catastrofe crea una miscela di elementi unici e irripetibili e di regolarità prevedibili, e quindi essa viene caratterizzata sia dalla casualità che dall'inevitabilità, e viene rappresentata anche da una miscela di pericolo generalizzato e di rischio specifico. La tecnologia viene applicata alla mitigazione (sebbene la sua proliferazione rappresenta anche una fonte di vulnerabilità in sé), ma viene moderata da un filtro culturale, tramite il quale essa viene interpretata, percepita e quindi utilizzata. Come risultato, esiste una tensione costante tra l'amplificazione e la mitigazione del rischio, e il bilancio tra questi fattori determina la vulnerabilità complessiva e l'entità delle perdite future. La risoluzione di questi fattori per particolari rischi e per singoli luoghi pone una notevole sfida agli studiosi dei disastri, ma offre anche la chiave ad una conoscenza più profonda del fenomeno delle calamità naturali.
CitazioniAlexander, D.E. 1985. Death and injury in earthquakes.
Disasters 9(1): 57-60.
Alexander, D.E. 1987. Land of disasters.
Geographical Magazine 59(5): 226-231.
Alexander, D.E. 1993a.
Natural Disasters. UCL Press, Londra, e Chapman & Hall, New York, 632 pp.
Alexander, D.E. 1993b. Il tempo e lo spazio nello studio dei disastri. In G. Botta (curatore)
Eventi naturali oggi: la geografia e le altre discipline. Cisalpino, Milano: 23-40.
Alexander, D.E. 1995. Panic during earthquakes and its urban and cultural contexts.
Built Environment 21(2/3): 171-182.
Alexander, D.E. 1996. The health effects of earthquakes in the mid-1990s.
Disasters 20(3): 231-247.
Anderson, M.B. e P.J. Woodrow 1989.
Rising from the Ashes: Development Strategies in Times of Disaster. UNESCO, Parigi.
Arnò, V., C. Principe, M. Rosi, R. Santacroce, A. Sbrana e M.F. Sheridan 1987. Eruptive history. In R. Santacroce (curatore) Somma-Vesuvio.
CNR Quaderni di Ricerca Scientifica 114(8): 53-104.
Barton, A.H. 1969.
Communities in Disaster: a Sociological Analysis of Collective Stress Situations. Anchor Doubleday, Garden City, New York.
Berz, G. 1992. Losses in the range of US$50 billion and 50,000 people killed: Munich Re's list of major natural disasters in 1990.
Natural Hazards 5(1): 95-102.
Berz, G. 1994. The insurance industry and the IDNDR: common interests and tasks.
Natural Hazards 9(3): 323-332.
Blaikie, P. 1985.
The Political Economy of Soil Erosion in Developing Countries. Longman, Londra, 186 pp.
Blaikie, P., T. Cannon, I. Davis e B. Wisner 1994.
At Risk: Natural Hazards, People's Vulnerability, and Disasters. Routledge, Londra, 298 pp.
Broad, R. e J. Cavanagh 1993.
Plundering Paradise: the Struggle for the Environment of the Philippines. University of California Press, Berkeley.
Burton, I. e K. Hewitt 1971.
The Hazardousness of Place: a Regional Ecology of Damaging Events. Research Paper no. 6, Department of Geography, University of Toronto, Toronto.
Carrara, A. e F. Guzzetti (curatori) 1995.
Geographical Information Systems in Assessing Natural Hazards. Kluwer, Dordrecht.
Coburn, A.e R. Spence 1992.
Earthquake Protection. Wiley, New York, 355 pp.
Crescenti, U. (curatore) 1986. La grande frana di Ancona del 13 dicembre 1982.
Studi Geologici Camerti (numero speciale), 146 pp.
Cuny, F.C. 1983.
Disasters and Development. Oxford University Press, New York, 278 pp.
Duffield, M. 1994. Complex emergencies and the crisis of developmentalism.
Institute of Development Studies Bulletin 25(4): 37-45.
Eidson, M. et alii 1990. Risk factors for tornado injuries.
International Journal of Epidemiology 19: 1051-1056.
Foster, H.D. 1980.
Disaster Planning: the Preservation of Life and Property. Springer-Verlag, New York, 275 pp.
Gallagher, D. e S. Forbes Martin 1992.
The Many Faces of the Somali Crisis: Humanitarian Issues in Somalia, Kenya and Ethiopia. Refugee Policy Group, Toronto.
Ganse, R.A. e J.B. Nelson 1981.
Catalog of Significant Earthquakes, 2000 B.C. - 1979. National Geophysical Data Center, National Oceanographic and Atmospheric Administration, Boulder, Colorado, 154 pp.
Havelick, S.W. 1986. Third World cities at risk: building for calamity.
Environment 28: 6-11, 41-45.
Hays, W.W. e B.M. Pouhban 1991. Technology transfer.
Episodes 14: 66-72.
Hewitt, K. 1983. The idea of calamity in a technocratic age. In K. Hewitt (curatore)
Interpretations of Calamity from the Viewpoint of Human Ecology. Allen & Unwin, Londra: 3-32.
Hewitt, K. 1995. Excluded perspectives in the social construction of disaster.
International Journal of Mass Emergencies and Disasters 13(3): 317-339.
IAVCEI 1957.
Catalogue of Active Volcanoes of the World, Including Solfatara Fields. International Association of Volcanology, Roma.
IFRCRCS 1996.
World Disasters Report 1996. International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies, Oxford University Press, Oxford, 178 pp.
Irwin, R.L. 1991. The Incident Command System (ICS). In T.E. Drabek e G.J. Hoetmer (curatori),
Emergency Management: Principles and Practice for Local Government. International City Management Association, Washington, D.C.: 133-163.
Japanese IDNDR Committee 1995. The Great Hanshin-Awaji Earthquake: damages and response.
STOP Disasters 23: 10-13.
Kates, R.W., J.E. Haas, D.J. Amarel, R.A. Olson, R. Ramos e R. Olson 1973. Human impact of the Managua earthquake.
Science 182: 981-990.
Kreps, G.A. 1995. Disaster as systemic event and social catalyst: a clarification of subject matter.
International Journal of Mass Emergencies and Disasters 13(3): 255-284.
Kunreuther, H. e L. Miller 1985. Insurance versus disaster relief: an analysis of interactive modelling for disaster policy planning.
Public Administration Review 45 (numero speciale): 147-154.
Macrae, J. e A. Zwi (curatori)
War and Hunger: Rethinking International Responses to Complex Emergencies. Zed Books, Londra.
Maxwell, S. e M. Buchanan-Smith (curatori) 1994.
Linking Relief to Development. Institute of Development Studies, Londra.
Nemec, J., J.M. Nigg e F. Siccardi (curatori) 1993.
Prediction and Perception of Natural Hazards. Kluwer, Dordrecht, 216 pp.
Noji, E.K., H.K. Armenian e A. Oganessian 1993. Issues of rescue and medical care following the 1988 Armenian earthquake.
International Journal of Epidemiology 22(6): 1070-1076.
Page, R.A., J.A. Blume e W.B. Joyner 1975. Earthquake shaking and damage to buildings.
Science 189: 601-608.
PAHO 1981.
Emergency Health Management After Natural Disaster. Scientific Report no. 407, Pan American Health Organization, Washington, D.C., 67 pp.
Petak, W.J. e A.A. Atkisson 1982.
Natural Hazard Risk Assessment and Public Policy: Anticipating the Unexpected. Springer-Verlag, New York, 481 pp.
Prince, S.H. 1920.
Catastrophe and Change. Columbia University Press, New York.
Rappaport, E.N. e J. Fernandez-Partagas 1995.
The Deadliest Atlantic Tropical Cyclones, 1492-1994. National Hurricane Center, Coral Gables, Florida.
RMS 1993.
Assessment of the State-of-the-Art Earthquake Loss Estimation Methodologies. Risk Management Software, Inc., National Institute of Building Sciences, Washington, D.C.
Scandone, R., G. Arganese e F. Galdi 1993. The evaluation of volcanic risk in the Vesuvian area. Journal of Volcanology and Geothermal Research 58: 263-271.
Shah, H.C. 1995. Scientific profiles of the "Big One". Disaster Research 179 (bollettino Internet) e Natural Hazards Observer (novembre 1995), Natural Hazards Center, University of Colorado, Boulder, Colorado.
Smith, K. 1992. Environmental Hazards: Assessing Risk and Reducing Disaster. Routledge, Londra, 324 pp.
Smithsonian Institution 1994. Report of September 1994 activity at Rabaul from the Rabaul Volcano Observatory. Global Volcanism Network Bulletin, Ottobre 1994, Smithsonian Institution, Washington, D.C.
Solbiati, R. e A. Marcellini 1983. Terremoto e Società. Garzanti, Milano.
Solecki, W.D. e S. Michaels 1994. Looking through the post-disaster policy window. Environmental Management 18(4): 587-595.
Sorokin, P. 1942. Man and Society in Calamity. Dutton, New York, 353 pp.
Tinti, S. 1991. Assessment of tsunami hazard in the Italian seas. Natural Hazards 4(2-3): 267-283.
UNDHA 1995. The Great Hanshin-Awaji (Kobe) Earthquake in Japan: On-Site Relief and International Response. United Nations' Department of Humanitarian Affairs, Geneva.
USNRC 1994. Facing the Challenge: the U.S. National Report to the IDNDR World Conference on Natural Disaster Reduction, Yokohama, Japan, May 23-27, 1994. National Research Council, National Academy Press, Washington, D.C., 78 pp.
Varley, A. 1993. Disasters, Development and Environment. Wiley, New York, 224 pp.
White, G.F. 1945. Human Adjustment to Floods: a Geographical Approach to the Flood Problem in the United States. Research Paper 29, Department of Geography, University of Chicago, Chicago, 225 pp.
Wiggins, J.H. 1996. A reply to "Scientific profiles of the 'Big One.'" Disaster Research 181 (bollettino Internet) Natural Hazards Center, University of Colorado, Boulder, Colorado.