giovedì 5 giugno 2008

Il metodo degli scenari nella pianificazione e la gestione delle emergenze



Estratto dal libro: Principles of Emergency Planning and Management di David Alexander

Nel contesto dei disastri, uno scenario è una progressione ipotetica di circostanze e eventi progettata per illustrare o rivelare le conseguenze di qualche decisione, azione o impatto. Solitamente lo scenario viene allestito per offrire una risposta logica e consistente alla domanda "che cosa succederebbe se...?" Comunque, anziché mirare al futuro, talvolta si usa il metodo degli scenari per guardare in dietro (un modo positivo e costruttivo di utilizzare il senno di poi) come strumento di debriefing per meglio imparare le lezioni di un evento già successo.

Uno scenario è un modello di condizioni e circostanze. Esso solitamente viene progettato per rivelare il legame tra queste due cose (cioè, come le condizioni incidono con le circostanze e come le circostanze cambiano le condizioni). Il metodo degli scenari può essere usato, ad esempio, per rivelare le conseguenze degli impatti dei disastri, o di una certa scelta di opere di mitigazione, o di determinate strategie di ricerca e salvataggio dei superstiti. Gli scenari possono spiegare come la vulnerabilità interagisce con la pericolosità per creare particolari forme di rischio e di impatto. Gli scenari delle perdite dovute ai disastri possono essere modificati in base a determinate misure atte a ridurre il rischio e in rapporto a come queste funzionano durante il disastro.

È chiaramente essenziale costruire gli scenari come catene di eventi che sono plausibili e affidabili. Uno dei migliori modi per fare questo è di usare una metodologia dei sistemi (systems approach). Le immissioni vengono specificate nella forma di una serie di condizioni e di forze che provocano il cambiamento delle variabili fondamentali (ad esempio, come l'onda di piena di un fiume interagisce con la resistenza di un argine). Ulteriori condizioni vengono specificate nel compasso del sistema: alcune di queste limitano, ed altre guidano, i meccanismi di cambiamento della situazione mentre quest'ultima evolve. Insieme le condizioni fungono come forcing function, ovvero motrice, degli eventi. L'emissione del modello è lo scenario, come costruito, ed i suoi cambiamenti nell'arco del tempo preso in considerazione.

Gli scenari sono utilissimi al pianificatore d'emergenza, dato che il metodo può essere utilizzato per chiarire, sia le condizioni che necessitano di un piano (cioè, la presenza di fenomeni pericolosi e i loro probabili effetti), che l'impatto della preparazione in termini di quanto essa riesce a ridurre i rischi. Infatti, gli studi particolareggiati di pericolosità, vulnerabilità e esposizione al rischio possono essere integrati nello sviluppo degli scenari che vengono creati per investigare le perdite e gli infortuni nei disastri. In seguito, questi possono formare la base della pianificazione d'emergenza e delle misure atte a mitigare il rischio.

Il primo passo nella costruzione di uno scenario è quello di specificare le immissioni e i limiti iniziali (boundary conditions). Ad esempio, si potrebbe sviluppare uno scenario per un terremoto di magnitudo 7, il quale costituisce l'emissione dl pericolo che scatta e anima lo scenario. Le condizioni iniziali vengono date dalla vulnerabilità del patrimonio edilizio, dall'inquadramento dell'attività, al momento del terremoto, delle persone che vivono nella zona a rischio, e dalla capacità delle forze d'emergenza di rispondere tempestivamente al disastro. Lo sviluppo dello scenario avviene in base alla progressione temporale degli eventi. I dati sulla vulnerabilità indicheranno che un determinato numero di case potrebbero crollare e un certo numero di persone potrebbero morire. In base a questo, lo scenario può essere utilizzato per giudicare la probabile efficacia delle operazione di soccorso o per stimare la riduzione dei danni e degli infortuni avuta con un potenziamento dell'intervento immediatamente dopo il sisma.

Lo scenario procede attraverso una serie di fasi, le quali vengono solitamente definite dagli eventi (ad esempio, può estendersi dall'isolamento delle vittime all'inizio dell'emergenza all'arrivo delle forze incaricate con la ricerca e il salvataggio dei superstiti, e poi all'inizio dei processi di ripristino). Alla fine di ogni fase si può "congelare il tempo" e trarre la somma degli eventi successi, delle azioni e le decisioni prese. Così si ottiene una "sezione trasversale" del disastro, un quadro del progresso fatto e dei problemi affrontati dai principali attori (disaster manager, soccorritori, pompieri, volontari, medici, paramedici, ecc.). Quando si ha esplicato l'intera progressione degli eventi, e si è giunto all'esito finale, è possibile modificare lo scenario tramite la ricerca delle risposte ad una serie di domande come "che cosa succederà se raddoppiamo il numero di soccorritori?" oppure "che cosa succederà se il terremoto provoca delle frane che ostacolano le principali vie di accesso alla zona disastrata?" Le risposte a tali domande si hanno in base ad una serie di modifiche agli esiti dello scenario.

È particolarmente importante che il pianificatore di emergenza costruisca gli scenari in forma scritta, se necessario con l'aiuto di appositi esperti, per tutti i principali rischi e pericoli che entrano nella sua competenza. Questi serviranno per illustrare le situazioni che devono essere pianificate e aiuteranno a stabilire i parametri del processo di pianificazione di emergenza al livello locale.

Nel maggior numero di casi della costruzione di scenari a priori non ci sono mezzi per verificare il risultato, se non capita un vero disastro del genere nell'immediato futuro (così facendo dello scenario una specie di profezia!). Perciò si cerca la verisimilitudine nella plausibilità dei fatti, delle condizioni, dei meccanismi e degli esiti rappresentati dallo scenario. Mentre va avanti la progressione degli eventi si deve continuamente chiedere a se stesso: "è possibile questo?" oppure: "è probabile che avverrà così?" È meglio evitare scenari o eventi improbabili, ed anche, naturalmente, il pregiudizio, gli eccessi di fantasia, l'irrazionalità, il dettaglio eccessivo. Un buono scenario in forma scritta porterà il lettore con chiarezza, trasparenza e logica attraverso una serie di eventi, dimostrerà l'inquadramento delle decisioni, illuminerà le ragioni delle azioni prese, descriverà gli esiti, e giustificherà i vari eventi con un spiegazione logica e credibile. Lo scenario esemplare presenterà il quadro grande della situazione e non sarà ingombrato dall'invenzione di grandi quantità di dettagli. Le sue basi saranno i dati raccolti sui pericoli e sui rischi, ed anche l'andamento di eventi simili che sono veramente accaduti in passato (quindi è essenziale studiare meticolosamente i dati che possono aiutare la formulazione dello scenario). Così, l'esito finale sarà interamente plausibile, sebbene non necessariamente immune al dibattito.

Come esempio consideriamo lo scenario costruito per una ripetizione del grande terremoto di Kanto, che avvenne in Giappone nel 1923, il quale è raccapricciante. Si aspetta tra 40.000 e 60.000 morti, fino a US$1.200 miliardi di danni al patrimonio edilizio, danni per $900 miliardi all'infrastruttura, e perdite di $1.000 miliardi dovute all'interruzione delle attività redditizie. Comunque, il vero esito dipende dalle assunzioni su cui è basato questo scenario: alcuni ricercatori nel campo hanno giudicato esagerate le somme di danaro riportate qui. Tuttavia, è chiaro che tante cose importanti sono in ballo: la cifra finale delle perdite potrebbe essere equivalente alla metà del PNL giapponese e potrebbe indurre i mercati finanziari del mondo a subire una grave flessione.

Naturalmente, la maggior parte degli scenari sono meno grandiosi di questo, e quindi adesso considereremo un esempio ipotetico che ha il merito di essere molto semplice. Per essere breve, escluderemo la maggior parte del dettaglio di fondo.

Intorno alle ore 16,00 di un normale pomeriggio di un Venerdì di maggio accade un terremoto di magnitudo 6,7. Lo scuotimento forte dura 33 secondi e genera accelerazioni orizzontali in superficie che raggiungono il 31% della gravità (0,31g). Tra il patrimonio edilizio della città più colpita (50.000 abitanti) il danno è serio ma non universale. Più spettacolare di tutto, una sezione lungo 200 metri di un viadotto di autostrada è crollata su un parcheggio di macchine, schiacciando diversi automobili e forse alcuni dei loro occupanti. In secondo luogo, la facciata di mattoni e cemento armato di un grande magazzino nel centro commerciale della città è crollata e ha bloccato la strada principale con le sue macerie. Di nuovo, sotto ci potrebbero essere vittime. In terzo posto un capannone, in uso al momento del sisma, con telaio di acciaio è crollato nella zona industriale, mentre nell'area residenziale si ha avuto il crollo parziale di un palazzo di 4 piani abitato da anziani. In tre punti della città la rottura di tubi di gas ha dato luogo a incendi che sono violenti ma fortunatamente localizzati. In altri punti la rottura dei tubi di acqua ha provocato ad una serie di piccoli allagamenti e una forte perdita della pressione di erogazione dell'acqua in città. La mancanza di assistenza reciproca indica che anche i comuni limitrofi hanno da trattare con seri danni. Infine, nella zona esiste un unico ospedale dotato di pronto soccorso, e la sua funzionalità ed efficienza sono limitati da gravi danni strutturali e dall'assenza di diversi membri del personale medico e di alcuni funzionari di supporto.

Lo scenario va avanti in base ad un approccio razionale alla gestione di una situazione che è temporaneamente piena di elementi sconosciuti, di incertezze e di limiti alla capacità di agire. Il danno descritto sopra è chiaramente basato su perizie della vulnerabilità che sono state eseguite in "tempi di pace" con in mente una certa magnitudo di terremoto e con la specificazione di altri parametri sismici. La descrizione riferisce ad un punto di tempo circa mezz'ora dopo il sisma: essa non è completa perché in questo momento non si avrà una completa gamma di informazione sul disastro. Ad esempio, il numero di morti e feriti non è conosciuto. L'ulteriore sviluppo dello scenario dipende da una serie di assunzioni di come andrà avanti l'operazione di soccorso, e come si mostra la situazione rispetto le persone che rimangono senza tetto, ed i superstiti feriti e intrappolati. L'esito finale è un'espressione grafica del bisogno immediato di massicce risorse, un problema che il pianificatore di emergenza dovrà affrontare molto seriamente.

Un quartetto di disastri



Avevo scritto questi quattro saggi a metà degli anni '90 per un'enciclopedia del ventesimo secolo pubblicata in America. Offro la traduzione del testo in inglese come esempio della metodologia di analisi degli eventi catastrofici, praticata con l'obiettivo di trarre delle conclusioni utili per il futuro.


TERREMOTO IN ARMENIA

Breve riassunto. Circa 25.000 persone sono morte in un terremoto di magnitudo 6,9 che ha causato il crollo di tanti edifici malcostruiti in 3 città e 150 villaggi dell'Armenia settentrionale.

L'evento. La scossa principale avvenne alle 11,41 del 7 dicembre 1988, circa 80 km a sud della catena principale del Caucaso. Lo scuotimento durò 30 secondi e raggiunse il 21% dell'accellerazione gravitativa. Quattro minuti dopo arrivò una scossa d'assestamento di magnitudo 5,9, la quale causò ulteriori crolli tra gli edifici già danneggiati dal primo movimento tellurico.

Ufficialmente 24.944 persone morirono, sebbene alcune stime furono molto più alte. Dei 31.000 feriti, si dovettero ricoverare in ospedale 12.200.

Circa il 40% del territorio armeno fu interessato dal terremoto, e, dei 150 paesi danneggiati, 58 villaggi furono quasi interamente distrutti e 3 città furono gravemente danneggiate: Leninakan (pop. 290.000), Spitak (pop. 20.000) e Kirovakan (pop. non conosciuta). Ben 8 milioni di metri quadri degli alloggi (il 17% del totale armeno) furono distrutti o resi inagibili. Soltanto a Leninakan, 72 edifici alti sono crollati e 60 altri sono stati danneggiati oltre qualsiasi possibilità di ricupero. A Spitak, 9 km dall'epicentro, nessun alloggio rimase utilizzabile. In tutta la zona interessata dal sisma i senzatetto furono 514.000.

Mentre, i due impianti termonucleari dell'Armenia non ricevettero danni (un colpo di fortuna, dato la loro mancanza di adeguati sistemi di sicurezza), 130 fabbriche furono danneggiate o distrutte, un duro colpo all'economia armena. Le perdite economiche ammontavano a US$15 miliardi.

Le frane sismiche erano numerosissime, come erano i fenomeni di liquefazione. Alcuni villaggi molto isolati furono colpiti da valanghe detritiche, causando perdite di vite, e diverse strade e linee di ferrovia interrotte dai movimenti franosi. Come in altri eventi sismici di impatto molto disperso, i soccorsi raggiunsero i villaggi più remoti soltanto con massiccio ritardo.

Il comportamento sismico degli edifici. La cattiva qualità del suolo sotto Kirovakan, Leninakan e Spitak causò il crollo di diversi edifici, ma il tipo e la qualità di costruzione incisero molto di più. Gli edifici più vecchi erano costruiti in pietrame, spesso di una roccia vulcanica che si spaccava durante lo scuotimento sismico. Tali edifici avevano elementi orizzontali molto pesanti, di mattoneria oppure di cemento armato, e quindi il carico dinamico del terremoto causò lo spacco di angoli fino a provocare il crollo verso l'esterno dei muri e la caduta libera dei piani interni. Tuttavia, molti fabbricati più vecchi costruiti in pietrame hanno retto al sisma, e la maggior parte degli edifici crollati avevano meno di 15 anni.

Gli edifici più moderni erano di cemento armato, spesso con pannelli preformati anch'essi di cemento. Ma la debolezza delle giunture nelle intelaiature strutturali determinava spesso il crollo progressivo e totale dell'intero edificio. Se non, le scale si staccavano e crollavano durante lo scuotimento sismico, impedendo l'evacuazione degli occupanti.

Le norme altisismiche in Armenia erano insufficienti nel senso che sottostimavano la probabilità di forti scuotimenti e perché erano basati su un'insufficiente quantità di dati. Comunque, mentre il terremoto non fu prevedibile in sé, la sismicità della zona era ben conosciuta, tale da indicare le apposite misure da prendere. Però le autorità armene avevano ignorato un fondamentale lavoro scientifico del 1975, il quale aveva precisato le necessità di costruzione antisismica.

L'epidemiologia degli infortuni. Dal terremoto di Guatemala del 1976, a quello di Armenia del 1988, si è imparato molto sugli infortuni causati dagli eventi sismici, specialmente in rapporto alle inefficienze delle operazioni di soccorso, l'inutilità dei materiali inviati nella zona disastrata, e la predominanza di ferite da schiacciamento dovute al crollo degli edifici scossi dal sisma.

Mentre alcune vittime morirono di asfissia a causa della polvere proveniente dagli edifici sgretolati dai tremori, molti sono morti schiacciati sotto travi e macerie. La "sindrome dello schiaccamento" avviene quando la proteina mioglobulina viene rilasciata in quantità massiccia nel flusso del sangue dalla rottura del tessuto muscolare. Essa finisce per impedire il funzionamento dei reni, richiedendo un'immediata dialisi per salvare la vita del paziente. Fenomeni simili avvengono quando il potassio viene rilasciato nel flusso del sangue dalla rottura delle cellule schiacciate. A Yerevan, le unità di dialisi dei reni inviati dagli Stati Uniti permettevano l'esecuzione di 25-35 dialisi al giorno.

Un campione di 3 villaggi armeni, complessivamente di 8.500 abitanti, dimostrarono una mortalità del 49,5%, e una morbilità traumatica del 14,6%. Ma a parte il livello delle città, il peggio avvenne in alcuni edifici particolari che crollarono con una mortalità di oltre il 90% degli occupanti. Così morirono 205 di 215 operai in una fabbrica, e 285 di 302 ragazzi in una scuola. Tipicamente, le piastre costituenti i piani di tali edifici disintegrarono in frammenti talmente piccoli da non offrire spazio per sopravvivere tra le macerie.

Sotto le macerie giacevano circa 40.000 persone, di cui solo 15.000 sono state tirate fuori vive, maggiormente da altri sopravvissuti utilizzando soltanto arnesi rudimentali. Mentre qualche vittima è stata salvata ben 19 giorni dopo il terremoto, il 90% delle persone intrappolate e salvate vive sono state liberate entro 24 ore dalla scossa principale.

La logistica. Le operazioni di ricerca e salvataggio, e di soccorsi in genere, furono caotiche, inefficienti e lente da iniziare. Il tempo alternava da nebbia a neve, con temperature notturne che scendevano a -20EC. Infatti, la situazione meteorologica, insieme al fatto che quasi tutti gli ospedali della zona interessata dal terremoto non funzionavano più, rallentava i soccorsi in modo particolare. Inoltre, l'80% dei medici e degli infermieri della zona morirono nel terremoto. Quindi, i feriti dovevano essere portati a Yerevan e Tblisi. La mancanza di un'adeguato sistema di gestione del traffico aereo, insieme alle cattive condizioni meteorologiche, ebbero come risultato in 2 scontri aerei, complessivamente con 85 morti.

Il problema dei medicinali. Nei primi giorni dopo il disastro sono mancati analgesici, antibiotici, anestetici, fluidi endovenosi, siringhe, barelle, e attrezzi per trasportare i feriti.

Circa 60 ore dopo l'impatto iniziava un'operazione di soccorso in cui ben 70 nazioni donavano denaro, manodopera, viveri e altri aiuti. Entro una settimana dal disastro, l'aeroporto principale di Yerevan gestiva 150 voli al giorno e 32 magazzini di materiali donati. Ben 5.000 tonnellate di medicinali e rifornimenti medici sono arrivati dall'estero (il 25-30% per valore di tutte le donazioni), di cui solo il 30% risultava utile, mentre l'8% era scaduta e l'11% era di tipo inutile. La maggior parte del resto era composta da medicinali complessivamente di 238 nomi in 21 lingue diverse, tale da non poter identificare la sostanza in questione. Le traduzioni in russo erano rare e in armeno inesistenti. Quindi, alla fine del mese si dovette distruggere il 20% dei medicinali. Inoltre, una strategia efficiente per gestire i rifornimenti medici si è avuta soltanto 2 settimane dopo il disastro. Nel frattempo i produttori di medicinali hanno apparentemente colto l'occasione per scaricare i loro avanzi sulla zona disastrata.

Il contesto. Il terremoto armeno avvenne in mezzo ad un processo di trasformazione dell'Unione Sovietica. Fu il primo evento del genere in cui le autorità sovietiche accettarono una grande quantità di auiti dall'estero.

Tuttavia, la gravità del disastro non riuscì a cancellare le preesistenti preoccupazioni politiche: alcuni soccorritori azeri sono stati aggrediti dagli armeni, alcuni politici locali usavano la situazione per diffondere l'ultranazionalismo, le tensioni etniche crescevano fortemente e infine nemmeno il coprifuovo e la presenza di 13.000 truppe sovietiche riusciva a contenere la situazione.

INCENDI NELLA MACCHIA MEDITERRANEA DELLA CALIFORNIA

Breve riassunto. Nell'autunno del 1993 alcuni incendi nella macchia della California meridionale bruciarono 79.000 ettari e 1.814 case, soprattutto a Malibu. Tre persone morirono nelle fiamme.

L'evento. Alla fine di ottobre 1993, una serie di incendi bruciarono una larga fascia della macchia mediterranea della parte meridionale e più urbanizzata dello Stato di California. In 6 contee, compresa quella di Los Angeles, 14 incendi distrussero interamente 731 case e 66.800 ettari di brughiera. Le perdite economiche furono stimate in più di $1 miliardo.

All'inizio di novembre 1993 nove altri incendi hanno ucciso 3 persone, ferito 111, e distrutto 1.084 case, lasciando più di 30.000 persone senza tetto. A Malibu, 350 case furono distrutte con danni che ammontavano a $375 milioni. I feriti denunciavano intossicazione dal fumo, ustioni e danni ai polmoni causati dalla respirazione di aria surriscaldata.

L'incendio di Malibu ebbe inizio ad est della città alle 11,45 del 2 novembre 1993. In sole 4 ore le fiamme viaggiarono 19 km lungo le profonde valli incise nelle colline costiere fino a lambire l'oceano Pacifico. Il fuoco saltava 15-20 m nell'aria e sul lungomare le palme scoppiavano spettacolarmente in fiamme.

Raffiche di un vento di tipo Santa Ana tiravano un'aria calda e secca a 90 km orari e spingevano l'incendio verso la zona urbana della costa, necessitando l'evacuazione di scuole, fabbriche, case e un'università. Molti residenti, preoccupati della sorte delle proprie case, rifiutavano di evacuare. Di conseguenza, anziché per combattere le fiamme, metà dei pompieri presenti nella zona residenziale di Emerald Bay furono utilizzati per salvare la vita di chi si rifiutava di andare via.

La logistica. Ben 7.000 pompieri erano presenti nella zona. Si impegnavano le ruspe per togliere materiali combustibili dalla brughiera intorno a Malibu, e si faceva grande uso di un diverso numero di elicotteri Bell-412, capaci di portare 1.400 litri di acqua, e di aerei C-130, i quali possono trasportare 11.000 litri di sostanze chimiche utilizzate per sopprimere le fiamme. Tuttavia, i rischi erano troppo grossi per poter volare di notte.

La strategia per combattere l'incendio consisteva nella creazione di una serie di confini, mantenuti contro le fiamme da linee di pompieri insieme ai loro 250 mezzi. Si allestiva un posto di comando sul lungomare. Ma diverse volte, le linee sono state spezzate dalle fiamme, e di fronte a questo pericolo, si è dovuto ritirare anche il posto di comando. A Las Flores Creek, le fiamme passavano nel vento sopra i pompieri, i quali sono rimasti quasi circondati.

Gli incendi selvatici. Sebbene la protezione di risorse ad alto valore richieda l'impiego di un intervento sempre diretto e vigoroso, ogni giorno si dovrebbe formulare una nuova strategia per combattere l'incendio in base alle condizioni meteorologiche.

Un cosiddetto incendio selvatico brucia fuori controllo e minaccia le persone, gli insediamenti o altre risorse. Tramite barriere naturali o costruite, un incendio confinato viene limitato ad una determitata area, mentre il dilagarsi di un incendio contenuto viene impedito da una linea di controllo. Se quest'ultimo avvolge tutta la zona in fiamme, si ha un incendio diretto. L'incendio di Malibu fu prima contenuto e poi diretto.

Quando bruciano i rami e le foglie di un albero si ha un incendio di corona, che può divampare in rapporto alle fiamme in superficie (incendio dipendente) o propagarsi direttamente da un'albero all'altro (incendio scorrevole). La maggior parte degli incendi nella macchia mediterranea sono incendi dipendenti di corona e incendi di superficie, e possono causare incendi nel terreno ("ground fires") se il materiale combustibile giace sul terreno in uno strato spesso e consistente. I back-burns ("incendi ripassanti") possono avvenire se il materiale combustibile non viene interamente consumato dal primo passaggio delle fiamme, e se il vento cambia direzione tale da rispingere l'incendio indietro. I venti forti possono causare gli incendi a chiazza quando essi gettano frasche brucianti davanti alla linea del fuoco. Nella macchia, la temperatura dell'incendio può raggiungere 1100EC.

A Malibu si ebbe un incendio di superficie con elementi di incendio di corona che si autopropagava da un albero ad un altro. La radiazione e la circolazione dell'aria stimulava l'incendio a propagarsi sulle colline, non soltanto a progredire verso il mare spinto dal vento. Come spesso accade, le irregolarità del vento e della distribuzione territoriale di materiali combustibili spingevano il fronte dell'incendio in forma irregolare caratterizzata dal frequente scoppio di incendi a chiazza.

L'erosione accelerata e altri effetti ambientali. Dieci giorni dopo l'incendio a Malibu, la caduta di 4 cm di pioggia in 24 ore diede luogo ad un episodio di erosione accelerata nella zona bruciata, compresa una serie di colate di fango che portarono via alcune case e una parte della strada costiera.

Quando la vegetazione della macchia mediterranea brucia, essa distilla alcune sostanze chimiche naturali che impermeabilizzano il suolo con uno strato idrofobico. Nello stesso tempo la distruzione della vegetazione da via libera all'erosione, la quale viene potenziata dall'aumento del deflusso di acqua sullo strato impermeabile. Il risultato è una serie di colate di fango che arrivano con le prime piogge dopo l'incendio.

La elevata frequenza di incendi, la potenza micidiale delle frane e la continua urbanizzazione di nuove aree determina il declino delle popolazioni di specie di uccelli rari. Gli incendi californiani del 1993 hanno lasciato un habitat talmente frammentato che alcune specie di avifauna rara probabilmente non riusciranno a superare la scossa.

Il rischio di incendio in California. Ogni anno circa 3.000 incendi scoppiano nelle macchie della California meridionale. Molti sono di origine dolosa, ma meno del 20% delle persone colpevoli vengono soperte.

Come altrove, in California il rischio di incendio raggiunge un massimo nelle aree tra le zone di nuova urbanizzazione e il terreno ancora in stato naturale. Sono delle aree di massima crescita demografica e quindi di grande frequenza degli incendi, i quali causano danni ingenti e costosi nel giro di poche ore. Circa un terzo del costo consiste nelle spese per combattere l'incendio.

Buone risposte al rischio. Gli incendi devastanti del 1970 e del 1977 ebbero come esito la creazione del California Firescope, una struttura basata su un Sistema di Commando centralizzato di Incidente (ICS) e su un Sistema di Coordinamento Multiagenzia (MACS), con un centro dotato di un sofisticato sistema di informazione sugli incendi. L'intervento di emergenza è basato sulle previsioni del tempo e sulla sorveglianza ad infrarosso delle aree di potenziale incendio. Nel caso del rapido sviluppo di un grosso incendio, la chiave all'intervento efficiente è il sistema di mutua assistenza tra le varie autorità regionali e locali, il quale garantisce un certo livello tempestivo di manodopera impiegata contro le fiamme.

Un'incendio catastrofico stimola alcune misure, come allargare le vie di accesso alle zone di maggior rischio, comprare più mezzi (come l'aereo canadese CL-215 "super-scooper", che è capace di sollevare 6.000 litri di acqua in solo 12 secondi), e migliorare la pianificazione e il coordinamento degli interventi di emergenza. Inoltre, poiché brucia alcune case e ne risparmia altre, l'incendio può anche dimostrare l'utilità delle norme per la riduzione dell'infiammabilità dei materiali edili.

Buone risposte al rischio. In California, come altrove, l'impiego delle apposite norme antincendio è variabile da un luogo all'altro quanto la tendenza a rispettarle. Dopo il grosso incendio di Oakland del 1991, il 25% delle case ricostruite non avevano le misure richieste dalla nuova normativa per evitare il divampare delle fiamme.

Ripetuti sondaggi nell'opinione pubblica californiana hanno rivelato un progressivo aumento della sensibilità del problema incendi, ma senza una tendenza a prendere misure sufficienti per mitigare il rischio.

Malgrado un ottimo piano di assicurazione contro i danni provocati dal fuoco, le compagnie di assicurazione hanno fatto ben poco per incoraggiare i loro clienti a ridurre il rischio di incendio. In sintesi, alcuni ricercatori sostengono che l'offerta di generosi prestiti e rimborsi ha praticamente premiato i proprietari di case bruciate per non aver mitigato il rischio.

VALANGHE NELLE ALPI EUROPEE

Breve riassunto. Diverse valanghe di neve uccisero 150 persone nel Dipartimento francese di Savoia, nell'alta valle del Rodano in Svizzera e nel Tirolo austriaco. In ciascun paese i disastri diedero luogo a nuovi programmi di mitigazione del rischio di valanga.

Gli eventi di febbraio 1970. Nelle Alpi europee i disastri causati dalle valanghe di neve avvengono in base allo spessore della coltre di neve, alle condizioni meteorologiche e all'uso del terreno in fondo ai versanti interessati dall'instabilità. Avvengono due tipi di catastrofe. Nel primo, le condizioni meteorologiche favorevoli alle valanghe durano a lungo, dando luogo ad un alto rischio che continua per lunghi periodi. Ad esempio, nell'inverno del 1950-1, 650 persone morirono in una serie di valanghe alpine che complessivamente distrussero 2.500 edifici.

Nel secondo tipo, disastri provocati da singoli eventi che interessano soprattutto gruppi di sciatori o alpinisti avvengono negli anni di rischio generalmente basso. Così, in Svizzera nel 1960 un gruppo di 88 lavoratori morirono sotto una valanga proveniente da un ghiacciaio.

L'anno 1970 offre un buon esempio del primo tipo, una stagione disastrosa, che induceva ad una rivalutazione generale delle precauzioni contro le valanghe alpine.

Nel febbraio del 1970 le temperature nelle Alpi oscillavano continuamente intorno allo zero, con notevoli inalzamenti quotidiani. Nelle aree ad alta quota e sui versanti piuttosto ripidi, questa situazione provocava una crescente instabilità in coltri di neve addensate in precedenza da un'abbondante nevicata.

Il 10 febbraio 42 persone morirono e 60 furono ferite da una valanga in Val d'Isère, nel Dipartimento francese di Savoia. Fu un movimento di neve polverosa, con un fronte largo 45-90 m e uno spessore al momento di fermarsi di 3,65 m. Invase un ostello della gioventù, dove una trentina di giovani morirono asfissiati o schiacciati, mentre un'altra dozzina di persone venne spazzata via da fuori l'edificio. L'ostello era stato costruito solo 7 anni prima; il suo sito non era stato considerato luogo di particolare rischio ed era, inoltre, protetto in alto da una serie di blocchi di cemento, i quali, però, non contribuirono a fermare la valanga.

Da parte delle autorità francesi, il rapido riconoscimento di un pericolo determinò l'immediata chiusura di Val d'Isère. Un elicottero riuscì ad evacuare i feriti una sola volta prima del peggioramento delle condizioni meteorologiche tale da bloccare ogni possibilità di volare. Il primo convoglio di macchine che usciva dalla valle fu travolto da una nuova valanga, mentre un simile evento altrove uccise una bambina. Appena possibile le autorità evacuarono 5.000 persone da alberghi e residenze nella zona.

In seguito al disastro si polemizzò molto sull'apparente riluttanza delle autorità francesi di investire nelle misure strutturali per la mitigazione delle valanghe (gallerie, recinti, tetti, ecc.) quando si investiva parecchio nella promozione dello sport invernale. Essendosi recentemente trasferito da Chambéry a Grenoble, l'Istituto Nazionale per la Ricerca sulla Neve aveva appena perso il suo rappresentante in Val d'Isère.

Più tardi nel mese, in Svizzera 11 persone furono uccise e 19 ferite da una valanga che non si era visto simile in quel sito da più di mezzo secolo. Malgrado che 500 truppe e 12 cani ricercassero i sopravvissuti, non fu facile evacuare i sinistrati in mezzo alle nevicate e con il rischio continuo di altre valanghe.

Il 25 febbraio un villaggio su Monte Cenis nelle Alpi francesi fu investito da una valanga ben 10 volte più grande di quella di Val d'Isère. Sette furono le vite perse. Il movimento fu immediatemente preceduto da un'onda di pressione che demolì diversi edifici. Ci vollero 13 ore per estrarre le vittime dalla neve. Lo stesso giorno una valanga nel Tirolo uccise 2 persone in mezzo alla strada principale di St Leonhard am Pitztal. Nelle province austriache di Tirolo e Vorarlberg le valanghe erano talmente diffuse da impedire l'evacuazione di 14.000 persone.

Nel frattempo gli svizzeri facevano largo uso di materiale esplosivo gettato da elicotteri per provocare valanghe prima che l'accumulo di neve costituisse un pericolo. In Italia, nel frattempo, 7 soldati morirono sotto una valanga durante le loro esercitazioni.

Gli eventi di aprile 1970. Il 15 aprile 1970, quando le temperature erano insolitamente alte per la stagione, una valanga a lastre di ghiaccio colpì un sanatorio nell'Alta Savoia francese. Si dovettero impegnare 21 ruspe per setacciare le macerie, da cui furono estratte 72 salme, 56 delle quali bambini. Alcuni ulteriori movimenti di neve, ghiaccio e macerie ferirono 13 soccorritori.

Il rischio valanga nelle Alpi. Nelle Alpi europee, come in altre catene montuose, le cifre degli infortuni per valanga variano parecchio da un anno all'altro. In Svizzera, ad esempio, la media è di 17.480 eventi e 24 morti, ma questo può variare di diversi ordini di magnitudine.

Le popolazioni indigene continuano a diminuire nelle aree alpine, mentre aumentano quelle saltuarie, le quali non sempre conoscono bene i rischi. In solo 30 anni alcuni centri sciistici nelle Alpi sono cresciuti di 20-50 volte rispetto alle loro dimensioni nel 1945. Intanto, le popolazioni di vacanzieri aumentano proprio nel periodo di massimo pericolo di valanga.

Nell'inverno del 1970 i rischi variavano con le condizioni meteorologiche. In febbraio avvenivano valanghe di neve polverosa associate con il freddo. Erano di una rapidità tale da causare onde di pressione capaci di travolgere persone ed edifici. Invece, le valanghe di aprile erano composte di lastre di ghiaccio, le quali generavano pressioni di impatto in rapporto con la loro più alta densità. Gli eventi di febbraio erano la conseguenza di tempeste, quelli di aprile di scioglimenti.

Il salvataggio. Si riscontravano grande difficoltà di estrarre le vittime dalla neve delle valanghe di febbraio 1970. I cani, che in Svizzera trovano il 50% delle persone sepolte sotto la neve, non riuscirono a individuare una persona intrappolata a più di un metro sotto la superficie. La neve più profonda richiede le sonde con pali, sonar oppure sensori ad infrarosso, ma la ricerca diventa assai difficile quando una forte nevicata è in atto.

La mitigazione. Le valanghe del 1970 hanno dato luogo ad un potenziamento delle previsioni del tempo che causa le valanghe. Ma gli eventi di aprile 1970 non furono di un tipo particolarmente prevedibile, ed inoltre una previsione è valida soltanto se viene collegata con un programma di mitigazione strutturale e non-strutturale, compresa la pianificazione degli insediamenti umani e l'evacuazione delle popolazioni durante i periodi di massimo rischio.

Da molti anni i francesi e gli svizzeri hanno raccolto dati sulle valanghe e hanno compilato carte di rischio a scale che vanno da 1:10.000 a 1:50.000. Durante gli anni '70 i comuni alpini della Francia si impegnavano a pianificare la loro crescita urbana in base alla cartografia del rischio di valanga, vietando la nuova costruzione nelle zone "rosse", e limitandola nelle zone "blu". Però, alcune iniziative simili nella Svizzera sono stati impedite dalla divisione della resposabilità per la zonazione urbana tra i governi dei cantoni e quello dello stato federale. Questa situazione ha portato una notevole disomogeneità di legislazione in materia di pianificazione contro il pericolo delle valanghe.

Malgrado questo, gli svizzeri hanno fatto largo uso dei metodi strutturali e nonstrutturali per la mitigazione delle valanghe, utilizzando una buona combinazione di misure. Invece, gli italiani, per la maggior parte, hanno utilizzato le misure strutturali molto costose, le quali sono state contrabilanciate da un massiccio disboscamento e un grande sviluppo di impianti sportivi.

In sintesi, i disastri alpini dell'inverno del 1970 rappresentavano un'ottima "finestra di opportunità" per introdurre alcune misure di mitigazione. Comunque, l'espansione del turismo e degli sport alpini ha contribuito a mantenere piuttosto costante il numero di disastri dovuti alle valanghe, sebbene la loro entità sia diminuita a causa di una migliore previsione e della pianificazione contro le valanghe.

FRANA AD ABERFAN IN GALLES

Breve riassunto. Un cumulo di detriti provenienti da una miniera di carbone crollò su Aberfan, un paese di minatori nel Galles meridionale. La frana distrusse una scuola elementare e 18 case, e uccise 116 bambini e 18 adulti.

L'evento. Alle 09,15 del 21 ottobre 1966, franarono 117.000 m; di detriti provenienti da una miniera di carbone e ammassati in un cumulo di altezza 67 metri. In una serie di onde detritiche sature di acqua la colata viaggiò a 15-30 km/hr lungo un versante di pendenza 12,5E. Circa 75.000 m; dei detriti si fermarono a piede del cumulo, ma 42.000 m; viaggiò altri 100 metri e arrivò in mezzo all'adiacente paese di Aberfan (pop. 4.000) formando un deposito spesso 7-9 metri.

La colata di detriti demolì due case e schiacciò i loro occupanti. In seguito distrusse una scuola piena di bambini e 18 case nel paese. Delle 144 persone colpite dalla colata nessuna si salvò. Tra i morti ci furono 5 insegnanti e 109 bambini della scuola di età tra 7 e 10 anni. Sette altri bambini morirono e altri 29 ragazzi e 6 adulti furono feriti, alcuni gravemente. Diverse case furono alluvionate dai flussi di acqua proveniente dalla colata e dalla rottura di un'acquedotto.

Le condizioni antestanti. Dagli anni '20 i detriti provenienti dalla miniera erano stati ammassati in 7 cumuli di altezza tra 17 e 67 m. Nel 1962 si iniziava un processo di raffinamento del carbone che lasciava pezzetti di scarto che in seguito andavano scaricati nel settimo cumulo, del quale i ceneri componevano il 39% e acqua il 6-8%. Di conseguenza, questo cumulo aveva una densità bassa ed era saturo di acqua proveniente maggiormente da una sorgente naturale ubicata sotto la massa di detriti. Nessuna perizia geologica era mai stata compiuta per i siti dei 7 cumuli.

Negli anni '70 la Gran Bretagna produceva e scaricava nell'aria aperta circa 50 milioni di tonnellate di materiale roccioso del tipo che è franato ad Aberfan. Già nel 1939 circa 180.000 tonnellate di detriti da una miniera nei pressi di Aberfan erano franati per una distanza di 400 m attraversando una delle principali strade della zona. Ma nel 1966 la gente del paese si preoccupava di più del rischio di un'alluvione, dato che diverse volte durante i periodi umidi l'acqua defluiva in mezzo alle strade e entrava nelle case. Infatti, malgrado l'avvenimento di piccoli movimenti nel 1944 e nel 1963, gli ingegneri non aspettavano che le colate succedessero in materiali grossolani quanto quelli dei cumuli di detriti provenienti dalle miniere.

La reazione al disastro. Il disastro fu seguito immediatamente da una massiccia "reazione a convergenza", in cui la manodopera e l'aiuto arrivavano ad Aberfan in quantità eccessive. Un fondo per i sinistrati accumulava ,1.750.000 in donazioni provenienti, non soltanto da tutto il Regno Unito, ma anche da 40 altre nazioni. Malgrado una serie di litigi tra gli amministratori del fondo e i sopravvissuti della catastrofe, il denaro fu usato bene per compensare chi denunciava perdite materiali, per creare un memoriale alle vittime, e per costruire un centro sociale per il paese. Comunque non si poteva mitigare il fatto che una comunità molto solidale aveva perso quasi un'intera generazione dei suoi bambini.

Una questione di responsabilità. All'inizio, né l'Ufficio Gallese del Governo britannico, né l'Ente Nazionale per il Carbone (NCB), ammettevano responsibilità per il disastro. I paesani di Aberfan combattevano con tutta la loro forza per far incriminare i colpevoli, ma si riscontrava una fitta resistenza da parte delle autorità. Inoltre, l'NCB rifiutava di radere i cumuli di detriti, i quali continuavano a costituire sia un pericolo per il paese che un simbolo della disgrazia. Infine, l'opinione pubblica costrinse il governo a stanziare i fondi per la rimozione di tutti i 7 cumuli. Il tribunale di inchiesta trovò 9 ufficiali dell'NCB colpevoli di grande negligenza, ma la legge non era tale che potessero essere processati, e infatti nemmeno il Direttore dell'NCB si era dimesso. In sintesi, malgrado le chiare indicazioni al contrario, per molti anni prima della sciagura, l'NCB ripetutamente assicurava gli abitanti di Aberfan che non c'era pericolo di un crollo dei cumuli detritici. In seguito alla catastrofe esso negava ogni responsabilità affinché non era forzato dal tribunale ad ammettere la propria colpevolezza. Ma il tribunale non riuscì ad incriminare le persone che con le proprie azioni avevano dato luogo alla calamità.

Un aspetto notevole del disastro di Aberfan è la totale mancanza di piani, regolamenti, perizie e normative per gestire il processo di scarico intorno alle miniere. Come solitamente accade in questi casi, subito dopo la catastrofe le leggi furono aggiornate in rimedio. Ma a quel punto l'eminente ingegnere Prof. Alan Bishop di Imperial College, Università di Londra, aveva dimostrato tramite calcoli e modelli fisici che, sotto le circostanze, Aberfan era un disastro inevitabile.

Aspetti umani della tragedia. Dato un certo consenso al fatto che i minatori pagano un prezzo sproporzionato per la creazione del benessere della società, gli abitanti del Regno Unito e di altri paesi provavano grande compassione e simpatia verso Aberfan. Essendo profondamente scossi dal disastro, molti abitanti, poco abituati a stare al centro dell'attenzione, non erano felici dell'invadenza del mondo esterno. Però, la solidarietà del paese ha retto e poche persone e famiglie si sono traslocate al di fuori della zona. Ma tale era la scossa psicologica che molti dei sopravissuti di Aberfan negavano per anni che la tragedia fosse successa. Come nella colata detritica di Buffalo Creek, Pennsylvania (anch'essa proveniente da una miniera), che uccise 118 persone nel 1972, tra i sinistrati di Aberfan si notava una "sindrome dei sopravvissuti", composta di un terrore interiore, una tendenza a rivivere la tragedia e uno stato di "paralisi psicologica", ovvero un "collasso provvisorio dell'ego."

Infine, le micidiali colate detritiche causate dalle attività miniere continuano a succedere, come ne è esempio il caso italiano della Val Stava, 1985, in cui 264 persone morirono.

FRANA AD ANCONA

Breve riassunto. La frana del 1982 interessò 341 ettari della parte settentrionale della città di Ancona. Essa distrusse 476 edifici e lasciò 3.661 persone senza tetto.

L'evento. Durante la notte del 13 dicembre 1982 una frana interessò il versante del Montagnolo al lato settentrionale della città marchigiana di Ancona e sulla costa del Mare Adriatico. Furono danneggiati 294 edifici residenziali, composti di 1.025 alloggi, e 182 altri edifici, compresi 2 ospedali, la palestra e la facoltà di medicina dell'Università di Ancona, alcune chiese, un cimitero, diverse fabbriche, alcuni poderi, una caserma delle forze dell'ordine, e alcuni laboratori artigianali ed industriali. I sinistrati furono 3.661, dei quali un paziente è morto quando dovette essere evacuato dalla sala di rianimazione di uno degli ospedali interessati dal movimento franoso.

Il nucleo urbano di Borghetto dovette essere interamente demolito, e alcune parti dei sobborghi anconetani di Posatora, Pinocchio, Palombella e Torrette subirono gravi danni. Severi impatti furono riscontrati anche dalle strade che attraversavano la zona e dalla ferrovia adriatica, la quale passa sopra il piede della frana. In più, i condotti della luce, del gas e dell'elettricità furono troncati. Il costo dei danni fu stimato come Lit. 1.000 miliardi.

Le cause. Il movimento avvenne dopo alcune settimane di pioggia. Mentre lo scuotimento sismico avrebbe potuto contribuire alla destabilizzazione del versante, non era un fattore scatenante del movimento del 1982. Le cause a lungo termine includevano l'effetto dell'erosione costiera nell'aumentare la ripidità del versante, e la cattiva gestione dell'infiltrazione della pioggia e del drenaggio del versante nelle zone di recente ed attuale crescita urbana. La principale causa a corto termine era l'alta pressione interstiziale dell'umidità del suolo, soprattutto nella parte superiore del versante.

La storia. Al punto della frana il versante di Montagnolo raggiunge 251 m sopra il livello del mare, è largo 1.400 m e ha una pendenza che varia da 9 e 18E. La zona era interessata da problemi di stabilità sin dal 1770, quando i collegamenti postali furono interrotti frequentemente da movimenti superficiali sulla vecchia strada che attraversa la zona. Al principio del ventesimo secolo una frana di 16 ettari distrusse la conceria Barducci e lambì la ferrovia alla base del versante. Un ingegnere chiamato dalle Ferrovie dello Stato per fare una perizia geologica concluse che il versante necessitava delle misure eccezionali per garantire la sua stabilità. Ubicata a monte della frana Barducci, la vecchia casa delle poste si ruotava spettacolarmente a monte di circa 3E, costituendo una chiara testimonianza all'instabilità della zona.

Negli anni '70 il Piano Regolatore Generale di Ancona prendeva una ampia espansione urbana verso il nord della città. Nel 1970 un impiegato del Servizio Geologico di Stato previse accuratamente il meccanismo e l'entità della frana (con 12 anni di anticipo) e suggerì una serie di misure ingegneristiche per consolidare la zona a rischio. Tuttavia, pochissime delle opere proposte furono costruite. Invece, l'urbanizzazione dell'area continuava con la costruzione di case e palazzi in mezzo alla zona instabile e della facoltà di medicina al piede della vecchia frana Barducci. Un'ulteriore perizia geotecnica, pubblicata nel Bollettino della Società Geologica Italiana nel 1974, concluse che la zona era essenzialmente stabile anche se, stranamente, i dati presentati nel medesimo lavoro dimostravano esattamente l'opposto.

Il meccanismo di movimento. Il versante del Montagnolo sorge un una litologia poco complicata la quale è composta di argille azurre fessurate, con vari gradi di compattezza, e un sabbione leggermente consolidato. Le investigazioni geologiche in seguito al disastro conclusero che la frana era avvenuta su un piano di taglio ubicato fino a 120 m sotto la superficie del versante. Comunque, i dati provenienti da trivellazioni ed inclinometri non confermavano questa ipotesi, ed è più probabile che le straordinarie dimensioni del movimento risultassero da un movimento progressivo di placche di terreno a causa di un mutamento del tipo "shear deformation" a profondità non maggiore di 40-45 m, con interessamento del resto del versante a causa dello spostamento del suo equilibrio generale.

La teleosservazione ad infrarosso indica la presenza di due sostanziose macchie di umidità del suolo, una immediatemente sotto la corona di distacco alla testa della frana, e l'altra in prossimità di una trincea di subsidenza che si apriva in mezzo della frana a causa dei movimenti distensionali franosi e della presenza di una faglia normale che attraversa il versante in direzione nord-sud.

Il comportamento degli edifici. La grande frana di Ancona ha fornito molta informazione sulla reazione di edifici di vari tipi alle forze e ai movimenti indotti da un grosso e complesso movimento franoso. Le strutture più vecchie erano di mattoni rossi cotti, di modeste dimensioni e quasi prive di fondazioni. Invece, le strutture più moderne erano per la maggior parte di cemento armato, sebbene nella zona vi fosse qualche struttura in acciaio. La spaccatura dovuta alla frana tendeva ad esser unidirezionale e a risultare da una pressione sostenuta causata dalla subsidenza, dal rigonfiamento o dalla spinta proveniente dal movimento franoso. Dove la subsidenza differenziale ha interessato le fondazioni, un edificio con struttura portante in cemento armato poteva inclinarsi fino a 6,5E senza crollare, ma nella maggior parte dei casi un'inclinazione di 2-3E era sufficiente per compromettere la stabilità dell'edifico irrimediabilmente. Se i pannelli della facciata fossero ben ancorati alla struttura portante, un edificio in acciaio poteva resistere la conpressione senza crollare fino ad un metro di deformazione.

In genere, gli edifici in cemento armato funzionavano meglio di tutti gli altri sotto il carico della frana, dato che il grado di integrazione delle loro strutture permetteva loro di resistere alle forze massicce. Il rischio più elevato si riscontrava dove gli edifici erano situati attraverso le scarpate di frana e quindi dove essi risentivano di forti movimenti differenziali, tali da causare inclinazioni, rotazioni, compressioni o distensioni delle loro strutture.

Conclusione. In sintesi, la grande frana di Ancona era un altro disastro altamente prevedibile e adirittura previsto con ampio tempo di anticipo. Mentre le interpretazioni possono variare, i dati che dimostravano molto chiaramente la presenza di un alto grado di rischio di instabilità erano liberamente disponibili in tutto il periodo di espansione urbana antestante alla catastrofe. Negli anni prima e dopo l'evento, quasi ogni aspetto del disastro è stato politicizzato, con l'effetto che si stentava e si stenta ancora a separare la realtà oggettiva dalle speculazioni e dalle opinioni prive di fondamenta. Con il senno di poi, la questione principale ancora da risolvere è quanto il disastro risultava da una trasformazione ambientale basata su un'ignoranza del rischio di frana e quanto invece essa risultava da una speculazione che deliberatamente ignorava il rischio. La catastrofe, con il suo elevato costo in termini di denaro pubblico, dimostra il pericolo, non soltanto di una mancanza di controllo ambientale dei processi di urbanizzazione, ma anche dei rischi inerenti a un controllo in cui il colpevole è anche il giudice e la giuria del risultante processo.

martedì 29 aprile 2008

Vulnerabilità alle calamità naturali e mitigazione del rischio: le lezioni del passato e la via del futuro



Riassunto. Questo articolo descrive lo stato attuale degli impatti, della vulnerabilità, del rischio e della mitigazione delle calamità naturali. Si è di fronte ad una differenza fondamentale tra il livello di rischio, e le strategie impiegate per affrontarlo, nei paesi industrializzati e in quelli in via di sviluppo. In questi ultimi succedono il maggior numero di catastrofi e il peggior effetto sulla popolazione, soprattutto quando si tratta dei cosiddetti "disastri complessi" nei quali le emergenze umanitarie e militari coincidono. I paesi sviluppati denunciano invece i maggiori impatti economici, la crescita dei quali non è stata fermata malgrado il costante impiego di tecnologie di mitigazione sempre più sofisticate. Si descrivono poi le nuove tendenze nella gestione delle emergenze, compreso il crescente uso dell'informatica di rete; ci sono tuttavia ancora pochi segni del trasferimento della tecnologia dell'informazione nel Terzo Mondo. Per illustrare la fenomenologia di un singolo rischio, e per trarre alcune lezioni pertinenti alla mitigazione, si descrivono gli effetti epidemiologici dei terremoti più recenti. In seguito, per fare un confronto con l'approccio "all-hazards", si presenta l'esempio della vulnerabilità alle catastrofi naturali d'Italia. Infine, si esaminano le prospettive mondiali per la mitigazione delle calamità naturali e si offre un contesto teorico per le prospettive di ricerca nel futuro.

Introduzione

Nel 1990 l'Organizzazione delle Nazioni Unite inaugurò un Decennio Internazionale per la Riduzione delle Calamità Naturali, un iniziativa mondiale che aveva l'obbiettivo di dimezzare il tasso di mortalità e di distruzione causato dagli eventi geofisici estremi (USNRC 1994). Mentre il Decennio è nella sua seconda metà, è chiaro che lo scopo non verrà raggiunto, e che il progresso finora svolto ha fornito risultati piuttosto modesti. Da un lato, tuttavia, ci sono stati notevoli miglioramenti nel livello di conoscenza generale dei disastri e delle loro conseguenze. Più dati sono disponibili e sono stati analizzati meglio che in passato, con risultati migliori in termini di mitigazione e di protezione civile. Le strutture istituzionali sono stati potenziate, sia per quanto riguarda le organizzazioni super-nazionali, come il Dipartimento di Affari Umanitari (UN-DHA) dello stesso ONU, sia per le organizzazioni nazionali che si occupano di disastri. Nuovi centri di ricerca sono stati creati e nuove riviste accademiche fondate, e si è compiuto un notevole passo avanti nella disponibilità e nella qualità dell'addestramento nel campo della gestione delle emergenze.

La mortalità nelle calamità naturali è stata tenuta a livelli relativamente costanti, il quale è forse un risultato non indifferente, data la crescita della popolazione del mondo. Ma il costo dei disastri continua ad aumentare vertiginosamente. Ad esempio, nel 1989 il terremoto californiano di Loma Prieta costò tra US$6 e 12 miliardi. Nel 1992, Uragano Andrew causò $18 miliardi di perdite nella Florida e si temeva che il prossimo grande disastro potesse costare oltre i $40 miliardi (Berz 1994). Poi, nel gennaio del 1995, il terremoto giapponese di Kobe causò perdite del valore di US$131,5 miliardi (Japanese IDNDR Committee 1995), e ormai si temono delle perdite ancora più consistenti nei grandi disastri del futuro.

Per i primi anni '90 i dati hanno stimato il costo dei danni nelle calamità naturali come US$443.8 miliardi (IFRCRCS 1996). Circa un terzo di questa cifra deriva dalle grosse catastrofi, ognuna delle quali costa mediamente $350-500 milioni (Berz 1992). Benché le perdite economiche siano state particolarmente elevate nei paesi industrializzati, le alluvioni e la siccità, ad esempio, incidono solo mediamente lo 0,1% del loro PLN, mentre, in alcuni paesi in via di sviluppo particolarmente colpiti dalle catastrofi naturali, fino al 2% del PLN viene assorbito dalle perdite nei disastri (Alexander 1993a, p. 583). In alcuni paesi particolarmente poveri i grandi disastri sono talvolta venuti a costare il PLN di un anno intero, come nel caso del terremoto nicaraguense del 1972 (Kates et al. 1973).

Dai suoi primi esordi (Prince 1920, Sorokin 1942, White 1945, Barton 1969) lo studio dei disastri si è sviluppato in una vera e propria disciplina, sebbene organizzata intorno ad almeno sei diverse scuole di pensiero (Alexander 1993a, pp. 12-14). Benché vari tentativi sono stati compiuti per unificare le scienze sociali e fisiche sull'argomento dei disastri (Nemec et alii 1993), permane tuttavia una discordia fondamentale. Esiste una forte differenza di opinione sul fatto che l'organizzazione sociale oppure i sistemi tecnologici siano la chiave alla mitigazione dei disastri (Hewitt 1983). Di recente alcuni sociologi hanno sostenuto che le calamità naturali sono in effetti causate dalle inadeguatezze del sistema sociale, così relegando gli eventi geofisici ad un ruolo secondario (Kreps 1995). Questo è un modo per dire che gli eventi fisici sono sufficientemente prevedibili e ripetitivi da essere considerati rischi "normali" della vita quotidiana. La variabile più significativa diventa la vulnerabilità dei sistemi sociali umani e quindi le cause delle catastrofi vengono ricercate nell'inabilità di mitigare, o persino di percepire, i rischi. Tuttavia, questo approccio è stato vigorosamente contestato da tra gli altri, alcuni geografi, i quali preferiscono un modello più tradizionale di cause ed effetti che cerca di integrare l'impatto fisico con la risposta socio-economica (Hewitt 1995).

Ciò nondimeno, vari decenni di ricerca geofisica e socio-scientifica hanno fermamente stabilito la base intellettuale e scientifica dello studio dei disastri. Le aree del mondo a rischio delle calamità naturali sono state cartografate; in molti casi gli intervalli di ricorrenza dei disastri sono stati stabiliti, e gli impatti futuri sono ormai largamente prevedibili (Smith 1992). I dati sulle perdite indicano che ogni anno circa 200 disastri naturali uccidono 144.000 persone, feriscono 57.000, lasciano 4,9 milioni senza tetto e incidono direttamente sulle vite di altre 129 milioni di persone (IFRCRCS 1996). Le investigazioni sociali hanno delineato le fasi delle catastrofi e hanno chiarito le risposte organizzative, le percezioni personali, le reazioni delle persone, e le regolarità sociali nei disastri. Così, ogni nuovo evento evolve secondo un inquadramento altamente prevedibile, il quale replica parzialmente l'andamento dei disastri del passato.

La vulnerabilità e la mitigazione dei disastri nei paesi in via di sviluppo

Negli anni '90 i disastri tendono ad accentuare le già profonde differenze tra gli impatti nei paesi industrializzati e quelli nei paesi in via di sviluppo (Blaikie et alii 1994). Prima di tutto, circa l'80% degli impatti delle calamità naturali ed il 95% della mortalità avvengono nel Terzo Mondo (Cuny 1983). Inoltre, gli effetti sono distribuiti in modo molto disuguale, tale che un carico sproporzionale viene portato da alcuni paesi particolari, quali la Cina, l'India, il Bangladesh, l'Indonesia, le Filippine, l'Etiopia, il Peru.

In modo tale da illustrare la discrepanza nella risposta ai disastri tra paesi con diversi livelli di sviluppo, la situazione in Giappone verrà paragonata con quella nelle Filippine. In Giappone la sicurezza pubblica viene costantemente minacciata da terremoti, maremoti, frane, alluvioni, tifoni ed eruzioni vulcaniche. Il rischio di tali eventi estremi viene affrontato con un elevato grado di organizzazione della protezione civile, un alto livello di investimento nella tecnologia di monitoraggio e preallarme, e un forte sostegno alla ricerca geofisica. Anche se è tutt'altro che infallibile, la risposta giapponese ai disastri è da considerare rapida ed efficiente (UNDHA 1995, Japanese IDNDR Committee 1995).

Le condizioni di rischio naturale sono molto simili nelle Filippine, dove una media di 20 tifoni passano ogni anno (nel 1993 erano 32). Però, malgrado gli sforzi nell'organizzazione della protezione civile, nell'educazione del pubblico e nell'addestramento per affrontare le emergenze, il paese deve affrontare un rischio di calamità naturali pareggiabile con quello giapponese con risorse largamente inferiori a quelle nipponiche: il PLN è soltanto il 2,75% di quello giapponese e circa il 49% della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Inoltre, la povertà dimostra forti legami con il degrado ambientale e ci sono chiari segni che questo problema aumenta gli effetti dei disastri: le alluvioni indotte dai tifoni e le frane causate dai terremoti hanno i loro effetti peggiori nelle aree (come le montagne di Baguio nel nord dell'isola di Luzon) dove il terreno agricolo è soggetto a forti dissesti idrogeologici (Broad e Cavanagh 1993). In sintesi, il costo dei disastri è maggiore in Giappone, ma la mortalità e ben 9 volte più alta nelle Filippine.

Nell'ambito delle singole nazioni è chiaro che gli effetti delle calamità naturali sono distribuiti in modo molto disuguale secondo forti differenze nella vulnerabilità dei diversi gruppi sociali. In molte città del Terzo Mondo i poveri e chi non possiede il terreno sono costretti ad occupare i siti più pericolosi: versanti tropicali instabili, fondi di valli altamente alluvionabili, pianure litorali minacciate da onde di tempesta, e così via (Havelick 1986). La mortalità nei disastri viene quindi concentrata nei barrios, nelle favilas, nei bidonvilles e negli slums che sono frutto di una crescita urbana rapida e senza pianificazione, scene di povertà non alleviata. Comunque, la marginalizzazione, la negazione al popolo di una voce politica e di una sicurezza economica, è un fenomeno più generale nel senso che essa affligge anche le aree rurali (Blaikie 1985, p. 125). È un fenomeno in aumento a livello mondiale e la sfida che pone agli enti di aiuto internazionale ha stimolato la formulazione di nuove idee su come integrare il soccorso dei disastri con lo sviluppo economico (Anderson e Woodrow 1989). Infatti, lo sviluppo socio-economico è da molto tempo conosciuto come chiave alla mitigazione delle catastrofi, ma solo recentemente si assiste ad un cambiamento significativo dal fornire aiuti dopo l'impatto dei disastri ad una forma di aiuti che cerca di prevenire i disastri o ridurre i suoi effetti tramite la promozione dello sviluppo economico e della sicurezza comunitaria. C'è stato quindi un riconoscimento tardivo che, invece di essere un'interruzione al processo di sviluppo, i disastri sono una parte integra e prevedibile della vita quotidiana delle aree che essi colpiscono (Maxwell e Buchanan-Smith 1994). Essi devono essere trattati come parte degli ostacoli normali allo sviluppo, non come fenomeni separati ed anomali.

Questo quadro è stato comunque complicato da ciò che si chiama le "emergenze complesse" (Duffield 1994). In Somalia ed Etiopia, ad esempio, le alluvioni e la siccità avvengono periodicamente nel contesto di altri problemi ugualmente pressanti: il conflitto militare, la guerra di bassa intensità condotta da comandi di guerriglia, il collasso dello stato, la politicizzazione dei soccorsi, la proliferazione di profughi internazionali e di quelli domestici, i cosiddetti internally displaced persons (IDPs), l'incerta erogazione dei viveri, gli attacchi sui soccorritori (Gallagher e Forbes Martin 1992). Così il soccorso dopo un disastro assume una forma più integra ma molto più complicata. Deve tenersi conto del fatto che la produzione e la distribuzione dei viveri più essenziali sono diventate una questione altamente politica in cui il controllo degli aiuti, comprese la sua limitazione o la sua distruzione, fanno spesso parte di una strategia militare usata per sopprimere l'opposizione. Quindi, nelle "emergenze complesse" moderne i civili non-combattenti diventano le principali vittime sia dei disastri naturali che della deliberata creazione di insicurezza sociale tramite la manipolazione degli aiuti umanitari.

La vulnerabilità e la mitigazione dei disastri nei paesi sviluppati

Secondo la tendenza attuale, le perdite economiche sono concentrate nei paesi industrializzati mentre l'impatto umano dei disastri è maggiore nelle nazioni in via di sviluppo. I primi hanno fatto un grande progresso nella progettazione di sistemi di monitoraggio e di preallarme, nell'adeguamento degli edifici a norme di sicurezza sempre più stringenti, e nell'allestimento di procedure di evacuazione, quindi nel miglioramento della sicurezza pubblica. Questo ha facilitato la progressiva riduzione della mortalità a livelli piuttosto bassi. Negli Stati Uniti, per esempio, l'uragano che colpì Galveston nel 1900 causò la morte di 6.000 texani, ma gli uragani degli anni '90, che vengono preceduti dall'evacuazione fino ad un milione e mezzo di residenti della fascia costiera, hanno finora procurato pochissime vittime (Rappoport e Fernandez-Partagas 1995). In modo simile, l'impiego della radar Doppler, delle reti di osservatori volontari, dei sistemi di preallarme, e dei rifugi predesignati hanno ridotto la mortalità nelle trombe d'aria del Midwest in un numero minore di cento per anno, mentre quarant'anni fa i singoli tornado spesso causavano cifre più alte di morti (Eidson et alii 1990). Però, nello stesso tempo lo sviluppo urbano e suburbano continua ad aumentare la quantità e il valore dei beni immobili presenti nelle zone di ripetuto impatto dei disastri, mentre la protezione strutturale non riesce a soddisfare il crescente bisogno di mitigazione del rischio.

Nel mondo industrializzato le iniziative per ridurre gli impatti dei disastri sono state piuttosto contrastate dalla creazione di nuove fonti di vulnerabilità e dall'amplificazione delle fonti già esistenti. Anche laddove le radici culturali della società forniscono una solida base storica per le reazioni ai disastri, c'è un processo continuo di trasformazione socio-economica che conduce, in particolare, alla creazione di una cultura consumistica universale basata sul capitalismo del mercato libero, nella quale i disastri assumono essenzialmente la forma di fasi di consumo accelerato delle risorse. Paradossalmente, malgrado l'attuale riduzione del ruolo dello Stato in tanti aspetti del welfare e dell'economia, c'è stato un aumento generale nel livello e nell'intensità dell'intervento statale nel campo della protezione civile e nel soccorso dopo i disastri. Ma solitamente le innovazioni nel modo in cui le catastrofi vengono affrontate seguono gli eventi stessi (la cosiddetta "finestra di opportunità", vedi Solecki e Michaels 1994). Nel periodo seguente l'impatto l'opinione pubblica è più sensibile al problema e richiede un'immediata azione governativa per migliorare la sicurezza. In questo senso i disastri degli anni '80 e '90 hanno spinto molti paesi sviluppati a progettare misure di protezione civile, a creare la necessaria struttura burocratica ed istituzionale, ad istituire misure di mitigazione del rischio e ad allestire programmi di addestramento per i lavoratori di emergenza.

Diverse tendenze sono emerse nel modo in cui le emergenze vengono affrontate. Per primo, la tradizionale struttura "monolitica" della catena di comando è diventata impopolare e viene spesso sostituita dal "sistema di comando dell'incidente" (incident command system - ICS), in cui le unità operative lavorano autonomamente in parallelo, anziché in una gerarchia subordinata (Irwin 1991). La chiave al successo dell'ICS è la comunicazione tra le agenzie che lavorano sul disastro. Se il flusso di informazione è sufficiente, le iniziative non dovrebbero essere né duplicate né trascurate, tutti i compiti importanti saranno eseguiti e le unità operative dovrebbero rispondere mutualmente ai loro bisogni collettivi. Quindi la seconda tendenza è quella del miglioramento della comunicazione in tempo reale durante i disastri. In questo contesto l'Internet giocherà un ruolo sempre più fondamentale, e si è già dimostrata sufficientemente flessibile e rapida nella gestione delle emergenze (ad esempio, i paesi del gruppo G‑7 hanno organizzato un'iniziativa per promuovere una Global Information Society che contiene una proposta per l'utilizzazione dell'Internet per allestire un sistema mondiale per la gestione delle emergenze -- vedi http://info.ic.gc.ca/G7/). L'Internet permette non soltanto la quasi istantanea trasmissione di testi, dati ed immagini, ma anche a singoli individui di seguire l'emergenza dovunque siano nel mondo; un fatto che apre le porte alla partecipazione di esperti di ogni tipo provenienti da qualsiasi parte del mondo. La Federal Emergency Management Agency statunitense ha conquistato il primato nell'uso dell'Internet per diffondere notizie sui disastri e informazione su come mitigarli. Il suo sito della World Wide web (http://www.fema.gov/) viene usato da milioni di utenti e fornisce un modello per iniziative simili altrove.

Una terza tendenza è quella dell'automatizzazione del processo di microzonizzazione del rischio. I sistemi di informazione geografica (GIS) vengono ormai largamente usati per l'analisi e per l'esposizione di dati sulla vulnerabilità territoriale e sugli impatti delle calamità (Carrara e Guzzetti 1995). Tramite l'integrazione di informazione sui rischi con dati socio-economici, essi permettono l'elaborazione di scenari di pericolosità e la pianificazione delle risposte a futuri disastri. L'impiego dei GIS è stato fondamentale per favorire uno spostamento nella pianificazione locale e regionale dallo studio di singoli rischi ad un approccio più generale del tipo "all-hazards" in cui si studia la pericolosità generale della zona in termini della totalità dei rischi che hanno un'importanza locale. Questo processo veniva considerato troppo costoso per uso generale quando si doveva fare manualmente, ma l'arrivo della tecnologia d'informazione e la disponibilità di programmi di GIS flessibili e poco costosi ha reso possibile la microzonizzazione all-hazards al livello di singoli comuni. Negli Stati Uniti la Federal Emergency Management Agency ha sponsorizzato lo sviluppo di un GIS nazionale, intitolato HAZUS (la sigla di "Hazards in the United States"), il quale verrà usato dagli Stati, dalle Contee e dai singoli Comuni, soprattutto quelli metropolitani, per determinare i rischi naturali e tecnologici, per pianificare le risposte di emergenza e per mitigare gli impatti dei disastri (RMS 1993).

Per di più, c'è una crescente tendenza ad ottenere che la mitigazione del rischio sia una condizione dell'eventuale aiuto finanziario statale dopo il disastro. Nella maggior parte delle aree a rischio di calamità naturale gli intervalli di ricorrenza sono approssimante conosciuti, come sono anche le probabili conseguenze degli impatti dei disastri. La microzonizzazione e l'analisi della vulnerabilità possono fornire ulteriori dettagli (Foster 1980). Ci sono quindi pochi motivi per dire che l'entità dei danni futuri è imprevedibile. Inoltre, i rapporti costo: beneficio dell'investimento nelle tecniche di mitigazione sono quasi sempre positivi in termini del valore dei danni evitati (Petak e Atkisson 1982). Nello stesso tempo, il bisogno di ridurre il budget fiscale induce molti governi a cercare un modo per limitare le spese di soccorso. Si cerca un nuovo ruolo per l'assicurazione, in cui la mitigazione del rischio è la chiave sia alla riduzione del rischio, che all'abbassamento del costo dei premi (Kunreuther e Miller 1985).

Mentre l'impatto globale delle alluvioni, della siccità e delle tempeste tropicali è più catastrofico, sia in termini umani che in quelli economici, i terremoti forse rappresentano meglio il tipico disastro di impatto immediato. Annualmente il danno dovuto ai sismi ammonta a US$50.9 miliardi e viene distribuito largamente nel mondo (IFRCRCS 1996). In modo tale da offrire un esempio dettagliato della fenomenologia dei disastri moderni, la seguente sezione esaminerà alcune delle caratteristiche epidemiologiche dei disastri sismici avvenuti a metà degli anni '90.

I disastri sismici recenti, 1993-96

Nel periodo settembre 1993 - settembre 1996 ben 54 terremoti hanno causato infortuni: 43 (circa 14 all'anno) hanno causato morti mentre 47 (circa 16 all'anno) hanno provocato feriti. Durante questo periodo 19.969 persone hanno perso la vita e 89.419 hanno subito ferite nei disastri sismici. La mortalità media annuale di 6.656 è relativamente bassa in paragone con la media degli ultimi 25 anni, la quale è 21.593 (IFRCRCS 1996). Questo fatto riflette l'assenza nel periodo di studio di grossi eventi come il terremoto cinese di Tangshan (1976), il quale uccise 240.000 persone. Comunque, la media annuale di ferite per il periodo 1993-96, 29.806 persone, è molto vicino a quella degli ultimi 25 anni.

Mentre i terremoti di magnitudo 6,5-7,5 costituivano soltanto il 43% degli eventi che hanno provocato infortuni (i quali erano a loro turno circa il 60% di tutti i terremoti che hanno causato danni nel periodo in questione), si aveva l'84% dei morti e il 96% dei feriti in questi eventi. Si può quindi assumere che gli eventi di magnitudo più bassa hanno causato meno infortuni, mentre quelli di magnitudo più alta erano infrequenti ed isolati tale da non causare grande mortalità nel periodo studiato. Circa il 93% dei morti e il 77% delle ferite sono stati causati da terremoti che accadevano tra mezzanotte e le 6,00 di mattina (malgrado il fatto che questi costituivano soltanto il 33% dei terremoti che provocavano infortuni). Questo fatto indica che il rischio di mortalità o morbilità nei terremoti è significativamente più alto di notte (Alexander 1996).

Gli eventi studiati confermano che il crollo degli edifici è la fonte principale degli infortuni nei terremoti (Page et alii 1975). Ma è anche chiaro che nella maggior parte dei sismi le vittime sono concentrate in relativamente pochi edifici che crollano: palazzi di appartamenti in Russia e Turchia, alberghi in Messico e Grecia, scuole in Cina ed Egitto. Nei terremoti studiati i tipi di ferita traumatica hanno seguito il normale inquadramento per i terremoti: arti rotti, trauma al cranio, ferite alla schiena e al torace, lacerazioni, ferite di schiacciamento, ustioni. Comunque, la proporzione di persone seriamente ferite a quelle con ferite lievi variava notevolmente dal 2 al 84%. Il rapporto medio tra mortalità e morbilità dimostrava più regolarità, essendo 1:3,44, un valore vicino al rapporto di 1:3 previsto da altri indagini (PAHO 1981, Alexander 1985).

In alcuni casi, le vittime sono state estratte vive dalle macerie fino a 6 giorni dopo il terremoto; però, come è prevedibile, la stragrande maggioranza dei sopravvissuti sono stati salvati entro 24 ore del disastro (cfr. Noji et alii 1993). Mentre era difficile determinare un rapporto tra il numero di edifici crollati e il numero di morti, alcuni dati parziali suggeriscono che ci potrebbe essere una media di 10-16 morti per ogni 100 edifici che crollano completamente nel sisma.

Il panico che accompagna l'evento disastroso è un fenomeno complesso e sulla cui definizione e casistica è acceso il dibattito (vedi Alexander 1995); esso veniva rilevato e identificato in 14 dei circa 86 terremoti dannosi che accadevano nel periodo studiato, mentre la fuga veniva descritta in 25 eventi.

Nei tre anni in considerazione i terremoti colpirono ripetutamente gli stessi posti. Così, 10 sismi colpirono l'Indonesia (soprattutto nella Provincia di Irian Jaya) 7 la Cina (soprattutto nella Provincia di Yunnan). Sulla globalità ben due terzi dei disastri sismici hanno avuto luogo in Asia, e tuttavia anche se questa cifra è alta in termini della media a lungo termine (che è il 36%), vale la pena ricordare che ben metà di tutta la mortalità registrata nei terremoti è accaduta in Cina (Coburn e Spence 1992).

Questo quadro riassuntivo della fenomenologia dei terremoti recenti ci offre tre possibili lezioni. La prima ci porta a dire che gli sforzi globali di mitigazione sismica devono essere concentrati laddove i terremoti colpiscono ripetutamente e con maggior devastazione. La seconda, che nel periodo immediatamente dopo un terremoto le risorse di salvataggio devono essere concentrate in relativamente pochi posti e devono essere rese disponibili con grande tempestività affinché si possa salvare la vita delle persone rimaste sotto le macerie. La terza, che la cifra degli infortuni nei terremoti dipende molto dal momento della giornata in cui accade il sisma (ad esempio, secondo l'orario in cui esso avviene, il prossimo grande terremoto nell'area della baia di San Francisco Bay potrebbe causare danni valutabili tra $115 e $135 miliardi, potrebbe uccidere tra 2.000 e 6.000 persone e potrebbe ferire seriamente 8.000-18.000 vittime; Shah 1995). Apparentemente, i disastri sismici che avvengono di notte danno meno opportunità di reagire e quindi essi causano una mortalità più alta, sebbene i terremoti che colpiscono le aree metropolitane nei periodi di intenso pendolarismo possono essere anch'essi particolarmente letali.

Benché un particolare intuito può essere tratto dall'analisi di un singolo tipo di rischio, un approccio alternativo è quello di studiare tutti i rischi di calamità naturale che affligono una particolare regione. Questo fornisce un idea della "pericolosità del luogo" (Burton e Hewitt 1971), il rischio complessivo sostenuto dagli abitanti della zona e la magnitudine del problema di mitigazione affrontato dalle autorità civili. Pertanto, la sezione che segue considererà la natura del rischio globale nell'Italia contemporanea e valuterà la qualità della risposta istituzionale per quanto riguarda la sua evoluzione negli anni recenti.

Il rischio di calamità naturale in Italia

Con un carico sempre minacciante di terremoti, alluvioni, frane, eruzioni vulcaniche, trombe d'aria, maremoti e incendi boschivi, l'Italia denuncia il rischio di calamità naturale più elevato di tutti i paesi europei. Un terremoto dannoso avviene in media ogni 2-4,3 anni (Ganse e Nelson 1981) e nel ventesimo secolo almeno 128.000 italiani sono morti nei disastri sismici (Coburn e Spence 1992). Mentre il miglioramento delle tecniche di costruzione edile, soprattutto per quanto riguarda l'impiego del cemento armato, significherà probabilmente che non ci sarà nel futuro una mortalità paragonabile alle 29,500 persone che morirono in Calabria nei terremoti del 1783-5 o alle 90.000 che perirono a Messina nel 1908, i rischi sismici rimangono alti. Circa il 70% della popolazione italiana risiede in comuni classificati come sismici, mentre il 32% vive nei circa 2000 comuni designati ad alto rischio sismico (Solbiati e Marcellini 1983). Inoltre, alcuni degli edifici più deboli e meno protetti da misure antisismiche sono ubicati nelle aree più sismicamente attive, quale l'Irpinia, gli Abruzzi, l'Aspromonte e la Sicilia occidentale. Inoltre, lunghe fasce della costa italiana sono sottoposte ad un rischio significativo, sebbene maggiormente sconosciuto, di maremoto (Tinti 1991).

Le alluvioni e le frane insieme provocano una media di 36 morti all'anno, un numero che aumentava a 64 nelle alluvioni piemontesi del novembre 1994, le quali provocavano danni per circa Lit. 15.000 miliardi. I terreni geologicamente giovani, tettonicamente disturbati, argillosi e flyschoidi degli Appennini producono circa 3.000 frane dannose all'anno (una per ogni 54 km2), e queste sono largamente distribuite nei 57% dei comuni che presentano il dissesto idrogeologico (Alexander 1987). Comunque, niente può essere paragonato con la Grande Frana di Ancona del dicembre 1982, la quale consisteva nel movimento spontaneo di ben 3,42 kmq di terreno e lasciava 3.661 persone senza tetto (Crescenti 1986). La più grande frana urbana dell'Europa risultava dall'estensione della città di Ancona sopra un versante che aveva mostrato periodici segni di instabilità fin dal 1770. L'esempio di Ancona, come diversi casi analoghi nel mondo, dimostra che ci sono complessi meccanismi sociali che inesorabilmente spingono avanti il processo di sviluppo urbano malgrado che i rischi siano ben conosciuti. Questi processi creano un circolo vizioso di aumenti nella vulnerabilità del luogo.

Nella Regione Campania almeno 3 milioni di persone convivono con il rischio di eruzione vulcanica (Scandone et alii 1993). Circa 552.000 di questi vivono nei 17 comuni dell'area circum-vesuviana. Il Vesuvio ha prodotto storicamente almeno 40 fasi di attività, compreso un periodo di eruzioni periodiche dal 1631 al 1904 (Arnò et alii 1987). Circa 4.000 persone sono state uccise dall'eruzione del 16 dicembre 1631 in una zona che ora ha 230.000 abitanti e una densità di popolazione tra le più elevate d'Europa (fino a 18.000 persone al kmq). Mentre a Monte Etna la natura relativamente pacifica delle eruzioni pone problemi maggiormente di contenimento delle colate laviche e della limitazione del danno (un problema molto costoso ma essenzialmente risolvibile), per il Vesuvio il problema è da una parte il contenimento dell'espansione urbana, la quale minaccia di colonizzare le colate laviche più recenti, e dall'altra come evacuare gran numero di abitanti di fronte ad un'attività vulcanica potenzialmente esplosiva, con colonne pliniane, massicce cadute di ceneri, colate di lava e di fango (Scandone et alii 1993).

La politica e la prassi della protezione civile sono evolute molto lentamente in Italia e, come altrove nel mondo, entrambe hanno risposto più allo stimolo degli eventi estremi che ai bisogni obbiettivamente definiti. Inizialmente si pose poca attenzione al problema. Così, l'anno dopo l'alluvione di Firenze del novembre 1966, la cosiddetta "legge ponte" dette luogo ad un rilassamento del sistema di licenze edilizie tale da permettere un consistente aumento delle costruzioni, e quindi degli edifici a rischio di alluvione, di ben 70% in alcune parti della media valle dell'Arno. Il bisogno di un coordinamento governativo sostenuto in seguito ai terremoti di Friuli del 1976 e dell'Irpinia del 1980 ha dato luogo alla fondazione del Ministero e del Dipartimento della Protezione Civile nel 1982, ma le fortune di queste istituzioni sono state decisamente alterne, dato che le organizzazioni governative che ci sono via via succedute hanno continuamente cambiato i parametri politici sotto i quali esse operano. Ciò nondimeno, il coordinamento nazionale della risposta ai disastri è ormai ben stabilito in modo permanente sotto la guida di un Sottosegretario competente ed esperto, mentre una legge del 1992 obbliga le Regioni e le Province a mitigare i futuri disastri ed istituire strutture di protezione civile. Ma a questo proposito il progresso è stato inaccettabilmente lento. Pochi comuni hanno centri di comando della protezione civile, pochi corsi di addestramento, non c'è ancora un collegio nazionale di protezione civile, e lo studio dei disastri non appare, in se, in nessun ordinamento universitario italiano. In questo aspetto l'Italia è molto arretrata rispetto a diversi altri paesi industriali ed alcuni in via di sviluppo, un discreto numero dei quali già offrono lauree e corsi di specializzazione nello studio dei disastri e nella gestione delle emergenze.

Malgrado la lentezza del cambiamento istituzionale, e l'alto grado di inerzia burocratica, l'Italia è ricca di risorse umane e questi sono relativamente ben organizzate. Le associazioni di volontari svolgono un ruolo fondamentale durante le emergenze e sono particolarmente ben sviluppate nelle aree del nord e del centro che hanno sofferto grandi disastri, come il Friuli e la Toscana. I comuni, come Firenze, che hanno compiuto un sostanzioso progresso nell'allestimento di una struttura di protezione civile, hanno ben integrato le unità di volontari nell'organico operativo.

Avendo considerato il problema globale della vulnerabilità nei paesi sviluppati e in via di sviluppo, ed inoltre avendo esaminato la vulnerabilità nel contesto di un singolo rischio, i terremoti, e di una singola nazione, l'Italia, è ora il momento di fare una sintesi e considerare il futuro della mitigazione dei disastri alla soglia del ventunesimo secolo.

La via del futuro

Dal mondo pubblico, politico e scientifico l'interesse verso disastri naturali non è mai stato più vivo che al presente. Per la volontà di abbassare i rischi, o per la semplice necessità di fornire soccorsi, i governi e le organizzazioni non-governative sono diventati sempre più coinvolti nella lotta per prevenire gli infortuni e per ridurre le perdite nelle calamità naturali. Però, questi sforzi sono diventati fortemente polarizzati. Il mondo industrializzato ha investito sostanzialmente nelle soluzioni tecnologiche al problema dei rischi naturali, impiegando nuovi sistemi di monitoraggio e di preallarme e progettando costosi sistemi di difesa strutturale. Al contrario, il mondo in via di sviluppo è costretto a dipendere più dalla gestione delle risorse umane, spesso nell'ottica di una situazione complessa di instabilità politica, sociale, militare ed ambientale (Varley 1993). Finora, ci sono stati pochi segni di un grande processo di trasferimento della tecnologia, né di una particolare volontà da parte del mondo sviluppato di condividere con i paesi in via di sviluppo i suoi sofisticati sistemi di monitoraggio e preallarme (Hays e Pouhban 1991).

Ci si chiede se il mondo è capace di mantenere il suo attuale livello di interesse nei disastri e, soprattutto, se è capace di tradurre questo interesse in un miglior grado di mitigazione. Nei paesi industrializzati l'irrefrenabile aumento del valore e della vulnerabilità dei beni immobili produrrà delle perdite future che probabilmente stimoleranno ulteriori sforzi nel campo della mitigazione (Berz 1994). Ad esempio, lo scenario di una ripetizione del terremoto del 1923 a Tokyo (Shah 1995) prevede una perdita economica di US$2.000.000-2.700.000 miliardi, che equivale a 50% del PLN giaponnese (in più ci sarebbero 40.000-60.000 morti). Se questo avviene, l'intera economia mondiale sentirà l'impatto (i dati sono stati, comunque, fortemente contestati; vedi Wiggins 1996). Stranamente, malgrado che la mitigazione è quasi sempre meno costosd della prevenzione del danno, le analisi di costo:beneficio sono rarissime nel campo dei disastri, ed è quindi spesso molto difficile convincere i governi di investire danaro pubblico in misure di prevenzione di cui i benefici non sono immediatamente evidenti.

Per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo, le 21 principali nazioni donatrici hanno aumentato le loro quote di aiuto umanitario quasi sei volte dal 1985 al 1994 (ad un totale annuale di US$3,47 miliardi). Nel solo 1995, la Croce Rossa mondiale ha lanciato 55 appelli di soccorso (9 dei quali esclusivamente per soccorrere i disastri naturali) che hanno prodotto la donazione di un totale di $270 milioni. Il soccorso dei disastri è anche quindi un grosso affare economico. Comunque, il boom negli aiuti che ha seguito la fine della guerra fredda sembra di essere finito, malgrado la continua dimostrazione di alti livelli di bisogno da parte dei paesi riceventi l'aiuto. Data la crescente sensibilizzazione ad un'utilizzazione dei fondi in modo più efficiente, si sta dedicando particolare attenzione alla questione di come integrare il soccorso con la mitigazione e lo sviluppo economico delle regioni colpite dai disastri (Varley 1993). In questo, c'è un bisogno, non soltanto di potenziare il trasferimento della tecnologia, della conoscenza e dei programmi di addestramento, ma anche di imparare dagli eventi del Terzo Mondo. Il valore di questo è stato ampiamente dimostrato, ad esempio, dall'interesse da parte dei vulcanologi italiani nell'eruzione del settembre 1994 della caldera di Rabaul in Papua New Guinea. Questo evento offriva uno scenario molto simile ai possibili meccanismi di eruzione dei Campi Flegrei a Pozzuoli (IAVCEI 1957, Smithsonian Institution 1994). I casi come questo dimostrano che la chiave alla riduzione della vulnerabilità ai disastri risiede nel condividere la tecnologia e la saggezza, ma anche nella migliore gestione delle emergenze come fenomeni sociali che richiedono un'organizzazione innovativa.

In sintesi, i disastri naturali possono essere caratterizzati come una serie di concetti che si innestano, o come fenomeni opposti, o con un grado di complementarità. Possiamo concepirli come una specie di "DNA del disastro" da essere decodificato e spiegato dalla ricerca futura. In questo schema, il tempo è la spina dorsale delle catastrofi, intorno al quale gli eventi si svolgono, mentre lo spazio geografico è il medium di espressione di tali eventi (Alexander 1993b). Ogni nuova catastrofe crea una miscela di elementi unici e irripetibili e di regolarità prevedibili, e quindi essa viene caratterizzata sia dalla casualità che dall'inevitabilità, e viene rappresentata anche da una miscela di pericolo generalizzato e di rischio specifico. La tecnologia viene applicata alla mitigazione (sebbene la sua proliferazione rappresenta anche una fonte di vulnerabilità in sé), ma viene moderata da un filtro culturale, tramite il quale essa viene interpretata, percepita e quindi utilizzata. Come risultato, esiste una tensione costante tra l'amplificazione e la mitigazione del rischio, e il bilancio tra questi fattori determina la vulnerabilità complessiva e l'entità delle perdite future. La risoluzione di questi fattori per particolari rischi e per singoli luoghi pone una notevole sfida agli studiosi dei disastri, ma offre anche la chiave ad una conoscenza più profonda del fenomeno delle calamità naturali.

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