giovedì 28 gennaio 2010

Riflessioni sul terremoto a Haiti del 12 gennaio 2010



Al momento di scrivere queste parole, ancora una volta un grande disastro sismico è appena successo in un paese afflitto da povertà e destituzione. Haiti è una nazione di 10 milioni di abitanti, la più povera nell'emisfero occidentale. Essa gode il rango di 149 su 182 paesi elencati nell'indice di sviluppo umano (human development index) dell'UNDP, di un reddito pro capite di $610, di una durata media della vita di 61 anni e di un'analfabetismo tra adulti del 38%. Le statistiche, comunque, sono troppo aride da poter spiegare le sofferenze inerenti in questa situazione. Inoltre, Haiti è soggetta a frequenti alluvioni e talvolta a uragani, come Jeanne del 2004. Non aveva avuto un grande terremoto quasi dalla sua fondazione, ovvero dal 1770, ma così si trova nei 'gap' sismici dei margini delle zolle tettoniche, le zone dove la deformazione della crosta terrestre aumenta al punto di una gigantesca e brusca rottura.

Il terremoto del 12 gennaio 2010 era potente (M=7,1), poco profondo di ipocentro (il punto iniziale di rottura della crosta terrestre), e con un epicentro a soli 16 km da Port au Prince, un'area metropolitana che contiene il 20% della popolazione nazionale. Scrivo solo tre giorni dopo la catastrofe, ad un punto in cui non esiste ancora indicazione delle cifre di mortalità e morbosità. Probabilmente queste quantità non verranno mai stabilite con accuratezza, tali sono i problemi di raccolta dei dati un un paesi come Haiti.

Mentre nei paesi ricchi, i grandi disastri possono assorbire qualcosa come lo 0.2% delle risorse nazionali, la proporzione può essere ordini di magnitudo più grande nei paesi poveri. Sia Haiti che Nicaragua hanno trovato il loro sviluppo economico ritardato di decenni a causa della devastazione causata dai disastri naturali, compresa la perdita di occupazione, infrastruttura ed altri beni di rilievo nazionale, e un carico insopportabile di ripristino e ricostruzione. Infatti, con l'aggiunta di instabilità politica e militare, e di corruzione, alcune parti di Managua, Nicaragua, non sono ancora state ricostruite dopo il terremoto del 1972.

In un senso più positivo, l'avvenimento di una grande catastrofe naturale (un fenomeno politicamente neutro, si nota) offre una buona opportunità di rinforzare i processi di riconciliazione e costruzione di governance tramite l'esercitazione a livello internazionale di "diplomazia dei disastri", una neodisciplina ormai quasi radicata. D'altronde, la comunità internazionale non ha ancora mostrata grande interesse nell'investire pesantemente nella prevenzione dei disastri, neanche quando grandi eventi hanno graficamente dimostrato il fabbisogno. Ad esempio, quando Uragano Mitch colpì 8 nazioni dell'America Centrale e dei Caraibi, i paesi ricchi organizzarono un pacchetto di aiuti del valore di meno del 3% di quello che contemporaneamente stessero spendendo sul salvataggio degli investitori dei hedge funds di Wall Street, in effetti il salvataggio dei giocatori di azzardo finanziari falliti. Si spera che la nuova enfasi sulla riduzione dei rischi di disastro (disaster risk reduction, DRR) nelle strutture internazionali per affrontare il cambiamento del clima possano avere effetti beneficiali anche per quanto riguarda ridurre gli impatti dei terremoti.

La vulnerabilità ai disastri è una proprietà innata delle persone e delle cose che è difficile di misurare. Per analogia, come la frizione è mobilitata da eventi. Quindi essa si concretizza come impatto quando i pericoli diventano disastri. Bruscamente, la vulnerabilità sismica di Haiti viene rivelata nel seguito di un impatto catastrofico che ha causato distruzione su una scala che si vede solo raramente (potrebbe essere sorpassata in pochi altri posti del mondo, tra cui Teheran, Istambul, Katmandu e Tokio). A Port au Prince molti degli edifici più strategici sono crollati, compresi il Palazzo Nazionale, l'Ospedale di Pétionville e il quartiere generale delle forze ONU, UN MINUSTAH. I baraccopoli dei poveri sono stati devastati un una maniera che raramente si vede nelle forme più sostanziose e permanente dell'edilizia vernacolare. La perdita delle vite umane è stata devastante, non soltanto tra i cittadini qualunque, ma tra il personale haitiano e straniero di critica importanza ai soccorsi. Si spera che la comunità internazionale, nell'ottica di portare la riduzione dei rischi di disastro al centro permanente dell'attenzione, come si dice in inglese tramite mainstreaming, cercherà di facilitare la ricostruzione degli elementi chiave dell'infrastruttura e degli impianti critici in modo tale da resistere i prossimi disastri e quindi di rimanere in grado di giocare un ruolo fondamentale la prossima volta quando si tratta di lanciare i soccorsi. Per ora la situazione e caotica e inefficiente al punto di essere quasi impossibile.

Fino al 90% dei morti che avvengono nei terremoti accadono nei paesi e nelle regioni più povere del mondo. Il solo motivo perché queste aree non denunciano anche la maggior parte dei costi dei danni è dovuto alla povertà dei loro beni: quindi, le cifre di denaro non sono diagnostiche del grado di sofferenza.

La povertà e la vulnerabilità ai disastri non sono perfetti sinonimi. Per lo meno, l'ingegnosità umana ha permesso alcune comunità povere di migliorare le loro circostanze e creare una certa resilienza di fronte al rischio di disastro. Accade così, ad esempio nelle montagne del Nepal di fronte ad alluvioni e frane. Qualsiasi siano le limitazioni finanziarie, un senso di autodeterminazione tramite participazione di massa agisce sempre a favore della riduzione dei rischi di disastro. Organizzazioni della società civile, amministrazioni pubbliche e imprese commerciali devono lavorare insieme sotto i precetti della Hyogo Framework for Action, 2002-2015, il modello di sviluppo della resilienza promosso dall'ISDR, la Strategia Internazionale dell'ONU per la Riduzione dei Disastri. L'esempio, purtroppo negativo, dell'Afghanistan (un altro dei paesi più sismici del mondo) è indicativo. Una generale mancanza di sicurezza, stabilità e governance ha impedito la creazione di strutture di protezione civile e ha lasciato come l'unica alternativa una mera improvvisazione.

La comunità internazionale è sensibile alla questione dei grandi disastri naturali. Inoltre, con il cambiamento del clima, l'inalzamento del livello del mare, e l'intensificazione dei fenomeni meteorologici, diventa chiaro che nel futuro i disastri saranno più grandi e più devastati di prima se non si riesce a potenziare la resilienza. Comunque, malgrado un'abbondanza di discussione sulla scala mondiale del bisogno di cambiare dalla sola reazione ai disastri ad un atteggiamento che favorisca misure di prevenzione e limitazione dei futuri impatti, gli sviluppi tangibili sono pochi. Così, il terremoto in El Salvador del 2001 era in molti sensi una ripetizione di quello del 1986, comprese alcune delle misure di soccorso adoperate.

Restringendo la discussione alle forme più immediate dell'assistenza, la convergenza di fino a 2000 specialisti stranieri in ricerca e salvataggio da tutte le parti del mondo, sebbene sia necessaria e benvenuta, semplicemente non è un modo efficiente di salvare le vite delle persone ferite e intrappolate vive sotto le macerie. Pochi soccorritori arrivano dall'estero prima di 36 ore dopo un terremoti, mentre i tempi medii di sopravvivenza sotto le macerie sono generalmente ben al di sotto delle 24 ore, e spesso sotto 12 ore, secondo le particolari condizioni locali. Il costo per vita salvata di questo sistema è astronomicamente alto, soprattutto in paragone con quello che si potrebbe fare con risorse già in posto. Dato che si sappia benissimo dove nel mondo avverranno i maggiori disastri naturali del futuro, sarebbe ora di promuovere un grande sforzo internazionale per incoraggiare le preparazioni locali. Se non si può ancora iniziare con la prevenzione dei disastri a livello locale, almeno cerchiamo di aumentare la capacità di reagire per bene da basi ubicati sul posto. Questo significa trasferire tecnologia, attrezzi, esperienza e formazione a dove sarà necessaria. Significa, inoltre, assicurare che la prontezza sia permanentemente mantenuta, tramite la preparazione sostenibile, un processo che richiede tenacità, organizzazione, generosità e attenzione indivisa. Se la comunità internazionale non dimostra queste qualità, il prossimo grande disastro sarà un'altra occasione per raccontare la stessa fastidiosa storia, in cui prevedibili miserie sono descritte come se fossero inattese e incomprensibili.

venerdì 10 aprile 2009

Il terremoto dell'Aquila del 6 aprile 2009 e il problema della previsione degli eventi sismici



Il terremoto del 6 aprile 2009 all'Aquila ha suscitato un acceso dibattito in Italia sulle possibilità di poter prevedere i grandi eventi sismici. La previsione dei terremoti è stata un sogno di molti persone che si occupano in capacità professionale o come dilettanti delle scienze della terra, e quindi un evento come quello del 6 aprile 2009 può manifestarsi come se fosse un'opportunità d'oro per dimostrare che il problema sia risolvibile. Purtroppo, la previsione dei terremoti è un campo ricco di mezze verità, vicoli cechi, approssimazioni e delusioni. Esso viene offuscato ancora di più da periodiche dichiarazioni provenienti da ciarlatani che, di fronte al pubblico e ai mass media, riescono ad simulare una sembianza di credibilità (Dearing e Kazmierczak 1993). E' comprensibile che il pubblico a rischio, le pubbliche autorità delle zone sismiche e gli stessi ricercatori tengano alla speranza che ci sia un metodo attendibile di preavvisare le popolazioni di un evento sismico imminente, ma la realtà è assai più complessa.

Nell'ottica delle dichiarazioni del dott. Giampaolo Giuliani sulle anomalie nei flussi di radon che hanno preceduto il sisma abruzzese (La Repubblica 2009), e del successivo dibattito sull'attendibilità del radon come indicatore di sismicità, l'obiettivo di questo breve articolo è di chiarire alcuni aspetti del problema della previsione dei terremoti. Farò riferimento ad osservazioni ricavate dalla letteratura fisica e sociale sul preavviso delle calamità naturali e associate questioni operative.

La previsione dei terremoti

La previsione dei terremoti può essere divisa tra iniziative legate ali periodi di lungo, medio e corto termine. Per quanto riguarda il lungo termine, esistono buoni modelli della sismicità dell'Appennino centrale che facilitano la conoscenza dettagliata delle zone sismiche e quindi delle aree a rischio (Galadini e Gallo 2000). Con riferimento al medio termine, gli intervalli di ricorrenza di terremoti di un determinato potere distruttivo sono conosciute (Costa et alii 1995).

Occorre ricordare, comunque, che la registrazione degli eventi sismici e la continua pubblicazione di nuove ricerche geofisiche contribuiscono a raffinare il modello geotettonico tale da rendere necessarie periodiche revisioni alla normativa antisismica per i comuni interessati. In questo modo, l'area più interessata dal terremoto di aprile 2009 è stata inserita nella prima categoria sismica (di massimo rischio) da poco tempo. Data la mancanza di attivi programmi di seismic retrofit, pochissimi edifici erano stati adeguati alle nuove norme. Infatti, le norme sismiche hanno il comune difetto di non tutelare edifici preesistenti che in molti casi costituiscono la maggior parte del patrimonio edilizio e soprattutto di quello a maggior rischio.

Il radon e la previsione a corto termine

La previsione a corto termine riferisce alla possibilità di riconoscere i segni premonitori di un evento sismico con giorni o ore di anticipo rispetto all'avvenimento della scossa principale, tale da poter emettere un preavviso alle popolazioni a rischio con abbastanza tempo per sollecitare un'apposita reazione sociale a favore dell'autoprotezione.

Il radon (Rn-222) è un elemento pesante e radioattivo che appartiene alla categoria dei gas nobili o inerti. Esso è presente in molte formazioni di roccia è può trasfersi da questi al suolo, in forma di gas pesante, oppure disciolto nelle acque freatiche, o in forma di ossidi con il carbonio o il fluoruro.

Nel modello classico della generazione di un terremoto, avviene un acceso processo di microfessurazione nella zona della crosta terrestre dove nasce il sisma. La costante apertura e chiusura di piccole fessure può emettere radon dalle rocce e farlo accumulare nelle acque freatiche e, in forma gassosa, nel suolo. Gli imponenti processi di deformazione nell'area della faglia sotto stress possono causare un sostanzioso aumento del flusso di radon, seguito ad ore prima dello scuotimento forte da una brusca attenuazione, nel periodo in cui il movimento della faglia comincia di dilagarsi dinamicamente e le piccole fessure si chiudono (Scholz et alii 1973).

I metodi di monitoraggio del flusso di radon sono stati messi a punto negli anni '70 (ad es. Noguchi e Wakita 1977) e da allora sono stati praticati in molte zone sismiche del mondo, con continui miglioramenti della precisione degli strumenti (Planinic et alii 2004). Così, in India tramite il monitoraggio di gas radon nel suolo e il contenuto di radon di alcune acque freatiche Virk e Singh (1994) sono riusciti ad individuare la "sigla" di un terremoto di magnitudo 6,5-7,0 una settimana in anticipo della scossa. Igarashi et alii (1995) hanno trovato anomalie nel flusso di radon per mesi prima del terremoto di Kobe, Giappone, 1995, con un picco di questa attività nove giorni prima della scossa principale. Il ricercatore islandese Hauksson (1981) ha avanzato l'ipotesi che più grande sarà l'eventuale terremoto, più territorio sarà interessato da anomalie del flusso di radon.

Malgrado diverse storie di successo nel monitoraggio del radon come precursore dei terremoti, in uno studio di Hauksson e Goddard sul radon nelle acque freatiche davanti a 64 piccoli terremoti avvenuti in Islanda il metodo ha avuto un'entità di successo di solo 14 per cento. Nella maggior parte dei casi, la prevista anomalia non si è manifestata e in sette casi l'anomalia è arrivata ma senza precedere attività sismica.

La ricerca di Claesson et alii (2004) ha rivelato precursori, non soltanto in radon, ma in 15 altri elementi e minerali, e questi sono stati attribuiti a processi di apertura e chiusura delle faglie, soprattutto in rocce fratturate e sature di acqua.

Valutazione della capacità premonitrice

Per quanto riguarda la generale abilità di prevedere i terremoti, e il ruolo specifico del radon, si può fare diverse osservazioni, come segue.

La generazione dei terremoti mette in moto processi geologici e meccanici assai complicati che danno luogo a sofisticati cambiamenti fisico-ambientali. Molti dei fenomeni che potrebbero dare luogo a precursori sono sepolti nella crosta terrestre e avvengono con temperature e pressioni altissime che impediscono sia il monitoraggio che la previsione. Perciò, rimane difficile prevedere eventi di cui gli elementi non sono facilmente replicabili.

Secondo il consenso scientifico, tutti i possibili precursori dovrebbero essere considerati, non soltanto alcuni a scelta. Così, fenomeni sismologici, meteorologici, elettrici, magnetici, geochimici, geodetici e idrologici sono implicati. Comunque, nel caso di Parkfield, California, un periodo di precursori negli anni '80 e '90 ha dato luogo ad un allarme sismico di durata 18 mesi e una previsione di un terremoto di magnitudo almeno 6,0. In questo periodo gli scienziati hanno monitorato fenomeni precursori intensivamente con ben 300 strumenti, ma il terremoto non è mai avvenuto (Mileti et alii 1994).

Molte delle migliori previsioni di terremoto, tramite radon o altri precursori, sono stati eseguiti dopo l'evento, tramite "backcasting", ovvero l'analisi post hoc di collezioni di dati. Un caso molto ben conosciuto di quello del terremoto che avvene a Kobe il 17 gennaio 1995. Molte analisi dopo l'evento hanno rivelato fenomeni precursori (vedi ad es. Nagai et alii 2002), ma prima del sisma non si cercava queste indicazioni perché le iniziative di previsione erano concentrate in altre parti del Giappone.

In sintesi, per alcuni casi il radon si è rivelato un buon precursore, ma ci sono pochi studi della sua affidabilità. Quello islandese sopracitato (Hauksson e Goddard 1981) non da buone speranze.

Previsione e preavviso

La lunga esperienza dei processi di previsione dei terremoti del Servizio Geologico statunitense (USGS) rivela che in molti casi le probabilità di avvenimento del sisma sono basse, e le 'finestre di tempo' della validità della previsione sono lunghe. L'imprecisione dei dati non aiuta a destare una risposta ottimale da parte dei beneficiari della previsione, ovvero le popolazioni a rischio (Geller 1997).

In ogni caso il problema della previsione a corto termine dell'evento sismico catastrofico è secondario a quello dell'uso che verrebbe fatto della previsione. Il termine 'preavviso' può essere definito come "una raccomandazione o un ordine di compiere un'azione in base ad una previsione a corto termine" (Alexander 1993). I preavvisi consistono in componenti fisici, amministrativi e sociali (vedi figura). Così, un allarme scientifico deve essere interpretato dalle competenti autorità di protezione civile e, se è il caso, l'informazione viene trasformato in una forma operativa e trasmessa al pubblico, il quale sarebbe tenuto a darsi all'autoprotezione.

La mancanza di qualsiasi dei tre componenti rende il preavviso inoperativo e potenzialmente pericoloso. Quindi, non è sufficiente informare la popolazione di un'anomalia scientifica se non ci sono solidi piani di evacuazione, accoglienza e messa in sicurezza. Inoltre, mentre i fenomeni precursori potrebbero essere chiari, i loro tempi di operazione e di validità non sono così facilmente interpretabili. Se si tratta di un fenomeno che vada avanti per mesi, non si può pensare che ci sia, da parte della popolazione a rischio, una lunghissima reazione temporanea che comprende la sospensione delle normali attività e l'interdizione di luoghi, prevalentemente urbani, che sono considerati pericolosi.

Nel campo della previsione dei terremoti il senno di poi è una triste afflizione. Ciò che è visibile o interpretabile dopo l'evento non lo è in ogni caso prima. La strategia più saggia sarebbe di concentrare gli sforzi sul potenziamento delle misure a medio e lungo termine, cioè la riduzione del rischio sismico, la pianificazione di misure per soccorrere e tutelare le popolazioni a rischio, e forse in terzo luogo il miglioramento dei collegamenti tra i lati tecnico, amministrativo e sociale del sistema preavviso. Prima di poter utilizzare le informazioni precursori sui terremoti in atto, bisogna creare una cultura di sensibilità al rischio sismico e di autoprotezione. Altrimenti, le previsioni comunque non sarebbero utilizzabili.

Citazioni

Alexander, D.E. 1993. Natural Disasters. Springer, London and Routledge, New York, 632 pp.

Claesson, L., A. Skelton, C. Graham, C. Dietl, M. Moerth, P. Torssander e I. Kockum 2004. Hydrogeochemical changes before and after a major earthquake. Geology 32(8): 641-644.

Costa, G., G.F. Panza e I.M. Rotwain 1995. Stability of premonitory seismicity pattern and intermediate-term earthquake prediction in Central Italy. Pure and Applied Geophysics 145(2): 259-275.

Dearing, J.W. e J. Kazmierczak 1993. Making iconoclasts credible: the Iben Browning earthquake prediction. International Journal of Mass Emergencies and Disasters 11(3): 391-403.

Galadini, F. e P. Galli 2000. Active tectonics in the central Apennines (Italy): input data for seismic hazard assessment. Natural Hazards 22(3): 225-268.

Geller, R.J. 1997. Earthquake prediction: a critical review. Geophysical Journal International 131(3): 425-450.

Hauksson, E. 1981. Radon content of groundwater as an earthquake precursor: evaluation of worldwide data and physical basis. Journal of Geophysical Research 86(B10): 9397-9410.

Hauksson, E. e J.G. Goddard 1981. Radon earthquake precursor studies in Iceland. Journal of Geophysical Research 86(B8): 7037-7054.

Igarashi, G., S. Saeki, N. Takahata, K. Sumikawa, S. Tasaka, Y. Sasaki, M. Takahashi e Y. Sano 1995. Ground-water radon anomaly before the Kobe earthquake in Japan. Science 269: 60-61.

La Repubblica 2009. "L'avevo detto". Scontro sull'allarme ignorato. Politica interna, La Repubblica, Roma, 7 aprile 2009.

Mileti, D.S., Fitzpatrick, C. e Farhar, B.C. 1992. Fostering public preparations for natural hazards: lessons from the Parkfield earthquake prediction. Environment 33(3):16-20, 36-39.

Nagao, T., Y. Enomoto, Y. Fujinawa, M. Hata, M. Hayakawa, Q. Huang, J. Izutsu, Y. Kushida, K. Maeda, K. Oike, S. Uyeda e T. Yoshino 2002. Electromagnetic anomalies associated with 1995 Kobe earthquake. Journal of Geodynamics 33(4-5): 401-411.

Noguchi, M. e H. Wakita 1977. A method for continuous measurement of radon in groundwater for earthquake prediction. Journal of Geophysical Research 82(8): 1353-1354.

Planinic, J., V. Radovic e B. Vokovic 2004. Radon as an earthquake precursor. Nuclear Instruments and Methods in Physics Research, Section A: Accelerators, Spectrometers, Detectors and Associated Equipment 530(3): 568-574.

Scholz, C.H., L.R. Sykes e Y.P. Aggarwal 1973. Earthquake prediction: a physical basis. Science 181: 803-810.

Virk, H. S. e B. Singh 1994. Radon recording of Uttarkashi earthquake. Geophysical Research Letters 21(8): 737-740.

lunedì 5 gennaio 2009

Influenza pandemica: situazione e sfide



"Il mio compito è di dirvi cose che non volete sentire, chiedervi di spendere denaro che non avete, per qualcosa che non credete accadrà."
Dr Ziad Abdeen, Autorità Sanitaria Palestinese

"Per la prima volta nella storia umana, abbiamo la possibilità di prepararci per una pandemia in anticipo del suo arrivo. E' quindi necessario che la comunità mondiale si dedichi subito all'azione."
Dr Margaret Chan, Direttore - Sezione Malattie Comunicabili, OMS

"Non sappiamo quando una pandemia può arrivare. Comunque, due cose sono certe: tutto ciò che faremo prima sembrerà allarmista; e tutto ciò che faremo dopo sembrerà insufficiente. Questo è il nostro dilemma, ma non dovrebbe impedirci di preparare. Dobbiamo raggiungere tutti con parole che informano e non infuocano. Dobbiamo incoraggiare tutti a preparare e non darsi al panico."
Michael Leavitt, Dipartimento Statunitense di Sanità e Servizi Umani, 2007

Come si intuisce da queste osservazioni, alcuni esperti sostengono che una nuova pandemia di influenza sia inevitabile. Se questa avviene, l'impatto potrebbe essere complesso quanto catastrofico, e per di più, non è facile preparare medicalmente, socialmente e economicamente per l'evento.
In questo saggio affronteremo quattro lati del problema: gli aspetti medici e epidemiologici; la previsione in base a modellazione e la costruzione di scenari; gi impatti sociali ed economici; e la pianificazione di emergenza.

Aspetti medici e epidemiologici

L'influenza può avvenire in tre forme. Quella stagionale è piuttosto prevedibile e si manifesta soprattutto nell'inverno. Essa può essere trasmessa da persona a persona, ma la maggior parte delle vittime hanno una certa immunità. Inoltre, è disponibile un vaccino e, tutto sommato, l'impatto sulla società è minore.
L'influenza aviaria (H5N1) è divampato nell'Asia orientale nel 2004-5. Il suo potenziale come fonte di disastro è elevata perché le persone non dispongono di immunità naturale. Al momento, un vaccino non è disponibile in commercio. Comunque, non è facile che il virus passi da uccelli ad esseri umani.
L'influenza pandemica del tipo 'A' è un nuovo virus di facile trasmissibilità tra gli esseri umani, i quali non dispongono di immunità naturale. Quindi, essa ha un'ottima propensione di provocare malattie gravi. Si divide in due tipi: Hemagglutinin (H) è composta di 16 sottotipi e agisce per attaccamento e penetrazione; Neuraminidase (NA) dispone di 9 sottotipi di 8 geni virali e cresce in assemblea per replicazione. E' bene notare che l'influenza pandemica non è uguale all'influenza stagionale, alla SARS o all'aviaria. Comunque, importanti lezioni vengono fornite da ciascuno di questi altri fenomeni.
L'influenza viene trasmessa per via respiratoria tramite gocce e aerosol prodotte quando una persona infetta parla, tossisce o starnutisce, o quando ella tocca una persona o una superficie infetta, compreso il contatto tra una mano contaminata e la propria faccia.
Le pandemie variano di gravità, e quindi lo US Federal Centers for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta, Georgia, autorevole istituto di studio epidemiologico, ha varato un indice della gravità della pandemia, atto ad aiutare a prevedere la gravità e progettare strategie di mitigazione. L'indice è basato sul case fatality ratio (il numero di morti per 100 casi di malattia accertati) e ha cinque categorie, come segue:
Case fatality ratio
Categoria 1: <0.1 ovvero 1 in 1000
Categoria 2: 0.1 - <0.5 ovvero 1 in 1000 - 1 in 200
Categoria 3: 0.5 - <1.0 ovvero 1 in 200 - 1 in 100
Categoria 4: 1.0 - <2.0 ovvero 1 in 100 - 2 in 100
Categoria 5: 2.0 - ovvero 2 in 100+
Inoltre la preparazione di scenari insiste su un modello delle fasi di progressione della malattia nella società.

Periodo interpandemico
Fase 1. Nessuno nuovo sottotipo di virus influenzale è stato scoperto negli esseri umani, sebbene uno può essere presente negli animali (ma con basso rischio alle persone).
Fase 2. Nessuno nuovo sottotipo di virus influenzale è stato scoperto negli esseri umani. Comunque, un sottotipo di virus circola negli animali e pone un sostanzioso rischio agli esseri umani.
Periodo di allerta di una pandemia
Fase 3. Un nuovo sottotipo sta causando infezioni nelle persone, ma senza significativa diffusione. Fase 4. La trasmissione da una persona ad un'altra è limitata e localizzata: il virus non è ben adattata agli esseri umanil
Fase 5. Avviene una maggiore trasmissione interpersonale, indicativa di un migliore adattamento del virus all'ospite umano, senza, però, la piena trasmissibilità (la fase indica un sostanzioso rischio di pandemia).
Periodo della pandemia
Fase 6. Avviene un'aumentata e sostenuta trasmissione della malattia nella popolazione generale.
Periodo post-pandemico
Si ritorna al periodo inter-pandemico, che quindi rappresenta un'occasione per lanciare ben mirate strategie di mitigazione.

Gli strumenti per combattere il rischio dell'influenza pandemica sono vaccini (che probabilmente non saranno generalmente disponibili nella prima ondata), farmaci antivirali (probabilmente di approvvigionamento limitato), interventi sulla trasmissione, misure di controllo delle infezioni, e protocolli di isolamento sociale sia di persone malate che di quelle sane.
Esistono quattro tipi di farmaco antivirale, riportati qua con i comuni nomi commerciali del prodotto in parentesi: Amatadine (Symmetrel), Rimantadine (Flumadine), Zanamivir (Relenza) e Oseltamivir (meglio conosciuto come Tamiflu). Se gli antivirali vengono presi entro 48 ore dell'inizio dell'ammaliamento, essi possono aiutare a prevenire complicazioni cliniche. Comunque, questi farmaci potrebbero non funzionare contro un virus influenzale pandemico di tipo nuovamente evoluto. In ogni caso, la loro distribuzione dovrà avvenire secondo una certa priorità premeditata e, si spera, trasparente e eticamente giustificabile. All'inizio dell'ondata di influenza gli antivirali verranno usati, molto probabilmente, per cure, anziché per profilassi.
Un'altra linea di attacco e la riduzione dell'entità delle infezioni (cioè, gli interventi sulla trasmissione della malattia). Si tratta di incoraggiare tutta la popolazione a lavarsi le mani bene e spesso con sapone, di coprire la faccia in caso di tossi e starnuti, di non sputare e, quando occorre, di portare una mascherina sulla faccia.
Infine, le tecniche di isolamento possono essere divise in due: la quarantena per persone infette, e social distancing per persone non infette, le quali, quanto possibile, si devono togliere di mezzo dalla società. In quest'ultima tattica, si tratta di aumentare lo spazio tra le persone e diminuire la frequenza di contatti sociali, con interventi mirati, soprattutto, su scuole e luoghi di lavoro.

Previsione, modellazione e scenari

Nel mondo, le pandemie di influenza sono ricorrenti tali da essere inevitabili. Esse sono ciclici con intervalli (piuttosto irregolari) di 30-40 anni. Nel passato recente gli intervalli sono stati come segue: 1847-89 (42 anni), 1889-1918 (29 anni), 1918-57 (39 anni) e 1957-68 (11 anni). Non è successa una pandemia di influenza per oltre 35 anni e quindi si suppone che una potrebbe essere imminente.
Per quanto riguarda le conseguenze, l'influenza cosiddetta "spagnola" del 1918 (H1N1; è comunque, nata in Cina) ha colpito il 25-30% della popolazione del mondo si è ammalata e l'11% di queste persone sono morti. L'impatto economico era profondo: ad esempio, negli Stati Uniti il PIL è calato del 5%. L'influenza denominata "di Hong Kong" del 1968 ha causato 34.000 morti in Asia orientale e Canada. La SARS nell'Asia orientale nel 2003 ha provocato 800 morti e un calo nel PIL di tutta la regione del 2%. Infine, l'aviaria in Asia orientale nel 2004-5 ha fatto ammalare 112 persone, di cui 57 sono morte (il 52%).
In base all'analisi di questi eventi, le previsioni per la prossima volta indica, a livello mondiale, una mortalità tra 2.0 e 7.4 milioni di persone. Le persone ricoverate in ospedale saranno almeno 135 milioni. Il PIL mondiale subirà un calo del $3.000 miliardi. Negli Stati Uniti ci sarà un aumento del 15% nella richiesta dei servizi medici, accompagnato da cali dell'80% nella domanda per servizi ricreativi e del 10% la domanda per ogni genere di prodotto.
Una simulazione elaborata per il bacino di utenza dell'Ospedale di Careggi a Firenze, utilizzando modelli parametrici generalmente accettati, indica un massimo di 5.600 degenze e 1.240 morti in un'ondata di influenza di durata 50 giorni.
In genere rispetto all'impatto sul sistema sanitario, si può ipotizzare che, malgrado le carenze del personale sanitario, di attrezzature e farmaci e dei letti nei centri medici, la domanda di servizi sanitari supererà l'offerta per molti mesi. Il vaccino sarà disponibile solo tra 6 e 8 mesi dopo l'inizio della crisi. Data la scarsa disponibilità di assistenza e l'elevatissima richiesta, la maggior parte delle degenze saranno trascorse a casa.
L'ipotizzabile scenario medico-sanitario dell'evento indica che in tutta probabilità la produzione e la distribuzione di vaccini avrà priorità su altre attività medico-sanitarie. Inoltre, per assicurare una risposta continua e sempre all'altezza della situazione, alcuni servizi privati verranno comandati o nazionalizzati dal governo.
E' bene ricordare che potrebbe verificarsi, non una sola pandemia, ma una serie di onde di malattia di durata totale fino a circa due anni. Gli impatti potranno essere divisi in quelli immediati (da giorni a settimane) e quelli a lungo termine (da settimane a mesi). A parte l'impatto prettamente medico, ci sarebbe una lunga fila di altri effetti, come viene descritto nella prossima sezione.

Impatti sociali ed economici

In sintesi, gli impatti dell'influenza pandemica possono essere divisi tra quelli medico-sanitari, quelli socio-economici e psicologici, quelli sulla politica, il governance e la pubblica amministrazione, e quelli sul mondo del commercio e degli affari.
La preparazione non può eliminare tutti gli elementi di incertezza, imprevedibilità, paura del futuro, senso di perdita, trauma psicologico, lutto, scompiglio della società e bisogno di prendere decisioni difficili. Infatti, alcuni esperti sostengono che l'impatto psicosociale possa essere molto più grande di quello fisico. Vista l'elevata probabilità di ammalarsi e addirittura morire, gli effetti psicologici non potrebbero essere altro che profondi. La paura si mescolerebbe al calo della fiducia nell'abilità delle autorità di risolvere i problemi e riportare sicurezza alla società.
Lo scenario prevede che le singole persone e le famiglie si dedicheranno ad ammassare cibo, farmaci e denaro. I più stretti rapporti sociali verranno potenziati, ad esempio tra parenti, ma quelli meno importanti verranno trascurati. Per quanto riguarda i rapporti più stretti in assoluto, ci sarà un calo della natalità che durerà tutto il periodo della pandemia ed oltre. Nello stesso tempo, per quanto riguarda la comunità, avverrà l'annullamento di molti raduni di massa, accompagnato da una dispersione della popolazione lontano dai centri urbani, un fenomeno che richiama il Decameron di Boccaccio e l'ombra delle pesti del medioevo. Sotto queste circostanze sarà difficile risolvere il problema di come fornire servizi a gruppi di persone particolarmente vulnerabili, come gli handicappati e gli anziani.
I servizi di base (come erogazione di acqua, elettricità e gas, telecomunicazioni, approvvigionamento di cibo e carburante, raccolta dei rifiuti) saranno afflitti da assenteismo e frequenti interruzioni. Inoltre, le persone che continuano a lavorare potrebbero essere portatori e diffusori di infezione. Per evitare questo, le scuole e gli atenei, ad esempio, verranno chiusi per lunghi periodi, dando agli allievi problemi di continuità dello studio. Per via dell'assenteismo e dell'allentamento generale del commercio, tutte le grandi distribuzioni saranno in calo.
A causa della vasta espansione avvenuta nelle dipendenze internazionali, la globalizzazione aumenterà sia il rischio di trasmissione che gli effetti della pandemia. Per restringere la migrazione del vettore pandemico, le frontiere, gli aeroporti e le stazioni verranno chiusi al pubblico per lunghi periodi.
Riguardo prodotti e servizi, l'assenteismo verrà accompagnato da un abbassamento della produttività che darà luogo a, tra altro, una carenza di inventario nelle fabbriche e lo scompiglio delle catene di rifornimento. Di conseguenza, ci sarà un calo della qualità e della disponibilità di prodotti e quindi un razionamento del cibo e di vari altri prodotti essenziali.
Come nell'industria, l'agricoltura subirà un calo nella produzione e nella distribuzione dei suoi prodotti. Se la trasmissione della malattia interesse gli animali, ci sarà un grande abbattimento di polli, e forse di altri tipi di bestiame. Come risultato di tutto questo, si verificheranno grandissimi aumenti nel costo dei prodotti alimentari.
Insieme al calo nella produzione, per motivi sanitari, economici e sociali, ci sarà un calo della domanda per prodotti e servizi. Questo è stato stimato dell'entità di 10% in genere e fino all'80% per servizi come il turismo, l'aviazione e la ristorazione. In compenso, ci sarà un massiccio aumento della domanda per pubblica sicurezza, servizi di evacuazione, e assistenza medica con associati servizi di trasporto.
Per quanto riguarda il governance, ci sarà una riduzione del numero di riunioni amministrative e politiche, con appositi rallentamenti dei processi decisionali. Contemporaneamente ci saranno aumenti della domanda di legislazione e sicurezza, con altrettanto grandi aumenti delle spese pubbliche su sanità, sicurezza, welfare e il sostegno delle imprese, contrastati da forti abbassamenti della spesa su funzioni non direttamente implicate nella crisi.
Nel settore finanziario, si prevede un abbassamento delle entrate fiscali per calo dell'economia. Con alta domanda per la liquidità, si aspetta un notevole aumento nell'approvvigionamento del denaro e un marcato abbassamento nel valore della moneta nazionale. La circolazione del denaro sarà abbassata, come sarà anche il valore delle azioni e quindi le quotazioni in borsa.
La crisi verrà segnata da massicci aumenti nei pagamenti assicurativi accompagnati dal fallimento di alcune compagnie assicurative. Grossi problemi sanitari accadranno nelle prigioni e ci sarà un calo nell'attività dei tribunali e dei servizi legali, quindi dell'efficienza del sistema di giustizia. Infine, nel campo dell'informazione, per paura di contaminazione non si leggerà più giornali e riviste di carta, che verranno sostituiti da mezzi elettronici. Comunque, il pubblico rimarrà intensamente interessato nelle notizie, sebbene dato il previsto calo nella produzione e nella circolazione dei giornali di ogni tipo, sarà difficile mantenere la qualità e l'accuratezza del giornalismo.

Pianificazione di emergenza

Il problema della pandemia è considerato così grave e pressante che in alcune parti dell'Europa del nord, i pianificatori stanno dedicando fino a tre quarti delle loro attività a preparare per un tale evento. La pianificazione di emergenza deve considerare alcuni aspetti particolari, tra quali:
- il massiccio aumento della domanda per servizi e prodotti sanitari
- il bisogno di etica e trasparenza delle decisioni prese
- la reazione del pubblico al rischio, all'evento e alla risposta delle autorità
- l'educazione, la formazione e l'informazione sulla crisi per tutti i settori della società
- la chiusura di scuole, imprese, negozi e luoghi pubblici
- la carenze di comunicazioni, elettricità, gas, acqua, smaltimento dei rifiuti, servizio telefonico, distribuzione del carburante, produzione e distribuzione del cibo
- la sicurezza e l'ordine pubblico
- la quarantena e l'imposizione di restrizioni sul movimento della popolazione
- come comunicare con il pubblico e i mass media.
Gli obiettivi che un pianificatore che si interesse in questo settore deve tenere in mente sono quattro: come limitare il numero di malati e morti, come mantenere la continuità dei servizi di base, come minimizzare lo scompiglio della società e le perdite economiche, e come potenziare gli appositi servizi medico-sanitari.
Le strategie possono essere riassunte nelle cosiddette "tre 'P'": persone, piani, prodotti e pratiche. Servono piani di emergenza pandemica a tutti i livelli della pubblica amministrazione e in altri luoghi, quali fabbriche, università, uffici. E' necessario creare un sistema integrato di monitoraggio e controlli medico-sanitari. Bisogna maturare una capacità di darsi ad azioni decisive e efficaci, distinte da trasparenza e buona comunicazione e dall'ampio coinvolgimento di tutti i settori del pubblico.

Conclusioni

Mentre la probabilità di trovarsi alle prese con una pandemia potrebbe sembrare assai remota a molti pianificatori di emergenza, non è affatto così improbabile. Se dovesse accadere come descritto in questo articolo, le conseguenze potrebbero essere molto profonde e l'intero "paesaggio del rischio", e quindi il panorama della protezione civile, subirebbe un cambio netto in pochissimo tempo. Le priorità verrebbero bruscamente riassettate.
Salterebbero fuori alcune questioni scottanti legate all'etica delle scelte prese, e la disponibilità e i costi di rimedi ai problemi verificati. In questo contesto, la sanità pubblica è un "potere di ordine pubblico", ovvero di polizia. In questa forma, essa potrebbe infrangere la libertà dell'individuo, ma nello stesso tempo sarà necessario difendere i diritti dei pochi mentre si cerca di proteggere l'incolumità di tutti. Sono scelte assai difficile ma è bene cominciare a studiarle subito, in "tempi di pace", anziché dover affrontare tutto per la prima volta all'altezza della crisi.

Ringraziamenti

Ringrazio Prof. Ziad Abdeen di Al Quds University, Palestina, e dott. William Hancock di Texas A & M University per i loro preziosi appunti, sui quali questo saggio è basato.

mercoledì 29 ottobre 2008

Italia happy-go-lucky, ovvero la futura strage degli innocenti



Apprendo dal telegiornale oggi, 20 ottobre 2008, che il Governo Italiano, tramite la legge 'Gelmini' (conversione del DL137 del 1-9-2008), appena approvata, abbia stanziato la somma di 20 milioni di euro per gli interventi strutturali sulle scuole del Bel Paese. Magnifico!

In Italia ci sono 57.000 scuole, 42.000 del sistema scolastico pubblico. Il 70% della popolazione vive in zone sismicamente attive, e il 40% nelle aree at alto rischio sismico. Un terzo delle scuole sono a rischio sismico e almeno un terzo di questi sono ad alto rischio. Un totale di 22.800 scuole non sono a norma in termini antisismici. Di 6.000 scuole che hanno particolare bisogno di interventi strutturali antisismici, sono stati selezionati 2.000 di alta priorità--ma dove sono in fondi?

In Italia, l'ultimo terremoto con epicentro negli immediati pressi di un centro urbano di notevoli dimensioni fu quello di Avezzano nel lontano 1915. Morirono il 90% della popolazione di 11.000 abitanti. E' bene ricordare che l'intervallo medio tra un terremoto dannoso (o letale) e il prossimo è meno di 60 mesi. E non avvengono solo in aperta campagna.

Nel mondo, diversi sono i terremoti nei tempi recenti che hanno distrutto le scuole en masse. Ad esempio, 103 scuole sono crollate interamente e 2813 sono state gravemente danneggiate nel terremoto di Boumerdes in Algeria, 2003. Nel terremoto di Kashmir, nel 2005, 10.000 scuole sono crollate, ammazzando 17.000 bambini (dati incredibili, ma confermati dall'ONU e dall'OMS). Nell'evento sismico in Sichuan, Cina, maggio 2008, centinai di scuole sono diventate macerie, e in un sol complesso scolastico ben 500 ragazzi sono morti.

Alcuni anni fa sono andato a visitare una scuola, elementare e media insieme, in una zona montuosa dell'Italia centrale. L'edificio, in cemento armato anni 1950, era tremendamente fatiscente. La zona è in attesa di uno sostanzioso terremoto letale. In 50 anni non era mai praticato un'evacuazione di questa scuola, e, a giudicare dal calcestruzzo fessurato e arrugginito, neanche un intervento di adeguamento strutturale. Un vigile urbano mi ha assicurato, con evidente soddisfazione, che la struttura era perfettamente antisismica, in base a quali evidenze non lo so.

Venti milioni di euro sono sufficienti per adeguare forse tra 10 e 20 scuole su 6.000. Le conseguenze di questa latitanza potrebbero essere come a San Giuliano di Puglia nel 2002, però a scala molto più estesa.

Provo un senso di profonda stanchezza, come un genitore che ha lottato contro la cattiva educazione del figlioletto per tutta la giornata. Prima o poi verrà un altro grande evento sismico. Se accade quando le scuole non sono in uso, sarà un problema di trovare aule per le lezioni nella fase dopo l'emergenza. Se invece dovesse accadere quando gli alunni sono a scuola... Potenzialmente, si attende una strage degli innocenti, seguito da un periodo di lamenti laceranti, urli strappanti, rabbia, accuse, disdette, chi si discolpa, chi si dimette (per riapparire dopo un discreto intervallo come se niente fosse), ecc., ecc., ecc. Perciò sono stanco.

D'altronde, è meglio che non ci sia un dibattito nazionale su queste cose. In certe zone della penisola il livello di paura e di stress andrebbe alle stelle. Meglio, forse, mettere la fede in una figura in mantello, seduta su una nuvoletta, che estende le braccia in cielo e protegge che va a scuola con la sua pietà.[1] Oppure ci possiamo rifugiare nel mondo sorrisi e canzoni della televisione.

Se il Governo Nazionale non stanzia fondi (e non credo che le regioni siano in grado di farlo), forse si potrebbe aver ricorso alle quattro mafie? Se è vero, come dicono i mass media, che hanno un fatturato ben maggiore dei grandi multinazionali dell'industria nazionale, sarebbero facilmente in grado a fare qualcosa. E, quando i signori mafiosi non stanno ammazzando la gente, sono noti per la loro pietà.

Ad avere ricorso all'ironia in questo modo significa che sono stato travolto dalla rabbia e dalla frustrazione. Ma mi sembra, davanti a questo pressapochismo, che la scuola abbia insegnato (a giovani, genitori e vecchi) solo l'amnesia.

Post-scriptum, 25 nov. 2008: Il crollo di un controsoffitto ad una scuola a Rivoli, vicino a Torino, ha ammazzato un ragazzo di 17 anni e gravemente ferito alcuni dei suoi compagni di classe. Apparentemente il 7,5% dei fondi necessari per l'adeguamento delle scuole pubbliche (forse non soltanto riguarda l'adeguamento sismico) sono disponibili, sebbene la cifra sarebbe il 12,5% se non fosse per la burocrazia associati all'erogazione dei fondi. Come nel caso di San Giuliano di Puglia, solo la morte dei ragazzi stimola l'arrivo dei fondi (a debole raffiche), e l'attenzione al problema. Intanto, segnalazioni da tutte le parti d'Italia pubblicate ne La Repubblica e Corriere della Sera indicano una diffusa mancanza di pianificazione di emergenza, adeguamento strutturale e interessamento da parte delle autorità. Si tratta di una massiccia violazione del diritto del bambino (o del ragazzo) ad un'educazione in sicurezza, come delineato dalla Coalition for Global School Safety, COGSS.

[1] Un problema dell'immediato seguito dei terremoti italiani, specialmente nel Sud, è che la gente illesa corre in chiesa a pregare, mentre le chiese sono tra gli edifici meno resistenti sismicamente. In un evento sismico in Sicilia orientale negli anni '90, i paesani sono corsi alla statua della Madonna in chiesa. L'edificio è resistito malapena alle scosse d'assestamento, la la statua e l'altare sono crollati sui fedeli raggruppati sotto.

Articoli da leggere:-

Augenti, N, E. Cosenza, M. Dolce, G. Manfredi, A. Masi and L. Samela 2004. Performance of school buildings during the 2002 Molise, Italy, earthquake. Earthquake Spectra 20(S1): S257-S270.

Grant, D.N., J.J. Bommer, R. Pinho, G.M. Calvi, A. Goretti and F. Meroni 2007. A prioritization scheme for seismic intervention in school buildings in Italy. Earthquake Spectra 23(2): 291-314.

Sito da visitare:-

Coalition for Global School Safety, www.interragate.info/cogss

martedì 23 settembre 2008

Il ruolo della formazione nella gestione delle emergenze


Fig 1. Forme di pianificazione degli interventi di emergenza.



Fig. 2. Un percorso formativo in protezione civile.

La gestione degli interventi di soccorso in seguito a disastri, crisi ed emergenze è un campo relativamente nuovo ma, ciò nondimeno, può valersi di una tradizione di studio e ricerca che risale in origine dagli anni 1920 (Prince 1920, Barrows 1923) e che sia forte e sostenuta dal 1950 in poi. Mentre talvolta il campo viene incluso nei programmi di scienze del management, in realtà esso costituisce una disciplina in sé, fondata su diverse basi. I suoi obiettivi fondamentali sono quattro (Waugh e Tierney 2007):

- in situazioni di crisi, abbinare le risorse a disposizione con il fabbisogno urgente;

- permettere diversi enti ed organizzazioni di lavorare insieme in modo efficace sotto condizioni difficili e probabilmente insolite;

- comunicare con unità operative e centri operativi in modo tale da mantenere il livello di comando e controllo delle situazioni di crisi;

- applicare i provvedimenti del piano di emergenza, insieme a rilevanti protocolli operativi e patti di assistenza mutua, secondo le esigenze del disastro.

Questi processi richiedono una conoscenza di come lavorano le diverse organizzazioni ed i vari specialisti del soccorso. Quindi, la gestione delle emergenze (emergency management) è una disciplina trasversale (Phillips 2005), la quale deve sviluppare un linguaggio e una cultura in comune tra almeno 35 professioni e discipline che partecipano, in un modo o un altro, nel 'ciclo del disastro' (mitigazione, preparazione, risposta, ripristino e ricostruzione). Il processo di coordinare complessi lavori di emergenza richiede l'abilità di intendere e lavorare con gli esponenti delle varie discipline, in effetti di "parlare il loro linguaggio" al fine di poter capire i loro punti di vista e aiutarli ad affrontare l'emergenza in modo efficace (Alexander 2002).

La gestione delle emergenze è una disciplina olistica, concreta e dedicata alla soluzione di problemi pratici (McEntire 2003). Essa è fortemente legata alla pianificazione d'emergenza, alla gestione della continuità degli affari aziendali (business continuity management, BCM; Elliott et alii 2001), alla risposta medica all'emergenza ed ad altri campi di natura altamente pratica. Gli imperativi sono di salvare le vite umane, aiutare a coordinare il soccorso delle vittime, contenere e ridurre i danni, e assicurare un rapido ritorno ad accettabili condizioni normali.

Nel mondo moderno, ci sono numerose associazioni alle quali i coordinatori di emergenza possono aderire. L'Istituto di Protezione Civile e Gestione delle Emergenze (ICPEM, già Istituto di Difesa Civile e Studio dei Disastri) fu fondato nel Regno Unito nel 1937 ed è una società accademica a pieni titoli, la più antica del mondo. La UK Società di Pianificazione delle Emergenze (EPS) ha 3000 soci, mentre la Società Internazionale dei Coordinatori di Emergenza (IAEM) ha 4500. Quest'ultima offre una qualificazione professionale di validità mondiale, l'esame di Certified Emergency Manager (CEM). In tutto il mondo, IAEM promuove vigorosamente otto principi della gestione delle emergenze (vedi tabella n. 1). Da questi è chiaro che gestire le emergenze richieda doti come il leadership, l'abilità di coordinare, e in più una spiccata conoscenza dell'anatomia delle emergenze (Haddow e Bullock 2003).

A livello mondiale, esistono in commercio almeno 400 libri (in lingua inglese) di rilevanza alla gestione delle emergenze. Dal 1950 in questo campo e nelle materie affini almeno 19.000 libri e articoli accademici sono stati pubblicati, sempre in lingua inglese e a livello mondiale. Quando si insegna la gestione delle emergenze, è importante utilizzare i frutti della ricerca (Coppola 2008) e abbinare la teoria con l'esperienza derivata dalla gestione degli eventi del passato (Alexander 2000). Entrambi questo aspetti sono indispensabili. La teoria fornisce una specie di "carta stradale" delle situazioni caotiche di emergenza (Drabek 2006). Utilizzando le nozioni teoriche come guida, le persone formate in questo settore devono capire processi assai complessi. Sono inclusi nell'elenco comando e controllo, evacuazione, analisi della vulnerabilità (sociale, economica e fisica), comunicazione (di nuovo con componenti sociali e fisici), preavviso, ricerca e salvataggio, e risposta medica e sanitaria alle emergenze.

Un coordinatore delle emergenze deve essere in grado di creare, disseminare, mantenere, applicare e aggiornare piani di emergenza di tre tipi (Fig. 1). Per primo c'è il piano permanente che dispone le risorse in caso di crisi. Questo richiede la formulazione (con grande rigore) di scenari che raffigurano la dinamica dell'impatto e della risposta, la perizia delle risorse a disposizione e le procedure da applicare. In secondo luogo, ci sarà la pianificazione di contingenza pre-impatto e poi, in terzo luogo, la pianificazione strategica a corto termine da formulare durante la fase di emergenza. I piani di tutti i tipi devono essere compatibili tra diversi livelli della pubblica amministrazione, diversi territori e giurisdizioni, e diversi servizi di emergenza. Esiste anche una dimensione internazionale che include l'Unione Europea e l'Organizzazione delle Nazioni Uniti, ad esempio riguardo la Strategia Internazionale per la Riduzione dei Disastri (UN-ISDR) e l'Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari (UN-OCHA). Il lavoro di coordinamento della risposta alle emergenze può essere locale, interregionale (nel caso di un'emergenza nazionale) o europeo (nel caso di un evento che incide su più di una nazione oppure che sia così grande da richiedere l'immissione di risorse dall'estero). Può interessare i paesi in via di sviluppo, come nel caso delle missioni umanitarie. In qualsiasi caso, per la pianificazione e la gestione di queste contingenze metodologie standardizzate esistono e devono essere insegnate (ISDR 2005).

In termini di pericoli e scenari, il moderno coordinatore di emergenza deve capire e rispondere ad una vasta gamma di rischi ed eventi. Le calamità naturali come alluvioni e terremoti costituiscono una categoria. I rischi tecnologici come scontri del trasporto e rovesci tossici costituiscono un'altra. Una terza è composta di rischi sociali come raduni e proteste di massa, e infine la quarta categoria consiste nel rischio di atti intenzionali, il terrorismo, la quale abbraccia anche la raccolta di intelligence e l'intervento militare e di difesa civile. In più ci sono i rischi emergenti (Schieb 2006). Di questi le pandemie sono generalmente considerate quello più pressante, seguito dagli effetti del cambiamento del clima e l'interruzione dei servizi di base, oppure la compromissione della catena del cibo. In base a questi rischi il panorama della protezione civile potrebbe cambiare radicalmente in soli pochi mesi, e quindi la flessibilità è una qualità vitale da insegnare al coordinatore degli interventi di emergenza (vedi tabella n. 1).

Nel settore del coordinamento delle emergenze è in atto una rivoluzione di tecnologia di comunicazione ed informazione. Questa ha avuto effetti profondi sulla risposta a disastri e crisi (Marincioni 2007). Quindi, è importante insegnare sia gli aspetti tecnici che il lato umano della comunicazione, compresa l'apposita ricerca in sociologia, psicologia e percezione. Dato che circa l'80% della pianificazione di emergenza costituisca un problema geografico e territoriale, i sistemi di informazione georeferenziata (GIS) sono un arnese essenziale (Dubois et alii 2006). Questi servizi ed attività saranno probabilmente concentrati nel centro operativo e il coordinatore di emergenza deve acquisire una piena conoscenza del suo potenziale e delle sue funzioni.

Recentemente è successa un'enorme crescita nella gestione della continuità degli affari aziendali (BCM--vedi sopra). Questa nuova disciplina è stata applicata sia al settore pubblico che a quello privato dell'economia. Il suo obiettivo principale è di rendere le aziende e le amministrazioni pubbliche resistenti ai disastri e alle crisi, e permetterle di superare i disagi senza andare in fallimento, il quale è un rischio assai forte per aziende non preparate. Per gli enti pubblici in tempi di disastro si tratta di evitare sostanziose interruzioni ai loro servizi. Nel promuovere le preparazioni, il coordinatore di emergenza gioca un ruolo fondamentale (Halliwell 2008).

In sintesi, il coordinatore di emergenza deve contribuire a creare resilienza. Questo termine deriva dalla reologia, la scienza dei materiali, e sta rapidamente diventando una distinta filosofia dell'organizzazione contro pericoli, rischi, crisi e disastri (Batabyal 1998). Nel creare resilienza, la sfida è di assicurare la professionalizzazione dei coordinatori di emergenza tramite la rigorosa applicazione della formazione e la creazione di titoli riconoscibili e rispettati. E' anche importante assicurare che il lavoro della gestione delle emergenze sia nelle mani di professionisti ben formati, in altre parole che ci sia un ruolo istituzionale per i laureati in questa materia. Grande progresso viene fatto in alcuni paesi, in particolare il Regno Unito, gli Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Svezia e India (Berkes 2007). E' importante che l'Italia non sia lasciata in dietro.

Se la formazione è il motore della professionalizzazione del ruolo del coordinatore di emergenza, quale è la forma migliorare di organizzarla? Nonostante le attrazioni di percorso di laurea di base in protezione civile, emerge un consenso che la soluzione più adatta è quella della laurea superiore. Una laurea di base in un'altra materia (sociologia, architettura, ingegneria, geologia, psicologia o qualsiasi disciplina attinente ai lavori di riduzione dei disastri) può servire come preparazione solida e profonda su cui poggiare l'esperienza lavorativa in protezione civile e la formazione trasversale (cioè interdisciplinare), offerta come laurea di specializzazione (Fig. 2). In quest'ultima, il corsista, già maturo negli studi, impara a coordinare, gestire e colloquiare con diversi specialisti in modo tale da creare la 'cultura comune' di cui la protezione civile ha forte bisogno (Neal 2000). Il prodotto di un percorso del genere dovrebbe essere una persona dotata di flessibilità e capacità di adattamento, due qualità essenziali nelle situazioni di emergenza e di rischio.

Citazioni

Alexander, D.E. 2000. Scenario methodology for teaching principles of emergency management. Disaster Prevention and Management 9(2): 89-97.

Alexander, D.E. 2002. Principles of Emergency Planning and Management. Terra Publishing, Harpenden, UK; Oxford University Press, New York, 340 pp.

Barrows, H.H. 1923. Geography as human ecology. Annals of the Association of American Geographers 13: 1-14.

Batabyal, A.A. 1998. The concept of resilience: retrospect and prospect. Environment and Development Economics 3(2): 235-239.

Berkes, F. 2007. Understanding uncertainty and reducing vulnerability: lessons from resilience thinking. Natural Hazards 41(2): 283-295.

Coppola , D.P. 2008. The importance of international disaster management studies in the field of emergency management. In Emergency Management in Higher Education: Current Practices and Conversations. Public Entity Research Institute, Fairfax, Virginia (Capitolo 5).

Drabek, T.E. 2006. Social Dimensions of Disaster: a teaching resource for university faculty. Journal of Emergency Management 4(5): 39-46.

Dubois, G., E.J. Pebesma e P. Bossew 2006. Automatic mapping in emergency: a geostatistical perspective. International Journal of Emergency Management 4(3): 455-467.

Elliott, D., E. Swartz e B. Herbane (curatori) 2001. Business Continuity Management: A Crisis Management Approach. Routledge, Londra, 206 pp.

Haddow, G.D. e J.A. Bullock. 2003. Introduction to Emergency Management. Butterworth-Heinemann, Londra, 272 pp.

Halliwell, P. 2008. How to distinguish between 'business as usual' and 'significant business disruptions' and plan accordingly. Journal of Business Continuity and Emergency Planning 2(2): 118-127.

ISDR Secretariat 2005. Know Risk. Tudor Rose, Londra, 376 pp.

Marincioni, F. 2007. Information technologies and the sharing of disaster knowledge: the critical role of professional culture. Disasters 31(4): 459-476.

McEntire, D.A. 2003. Searching for a holistic paradigm and policy guide: a proposal for the future of emergency management. International Journal of Emergency Management 1(3): 298-308.

Neal, D.M. 2000. Developing degree programs in disaster management: some reflections and observations. International Journal of Mass Emergencies and Disasters 18(3): 417-438.

Phillips, B.D. 2005. Disaster as a discipline. International Journal of Mass Emergencies and Disasters 23(1): 111-140.

Prince, S. 1920. Catastrophe and Social Change: Based Upon a Sociological Study of the Halifax Disaster. Studies in History, Economics and Public Law no. 94. Colombia University Press, New York, 151 pp.

Schieb, P-A. 2006. Emerging risks and risk management policies in selected OECD countries. In W.J. Ammann, S. Dannenmann e L. Vulliet (curatori) Risk 21: Coping with Risks Due to Natural Hazards in the 21st Century. A.A. Balkema, Taylor & Francis, Londra: 31-40.

Waugh, W.L. Jr e K. Tierney 2007. Emergency Management: Principles and Practice for Local Government (2a edizione). ICMA Press, International City Management Association, Washington, D.C., 366 pp.

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Tabella n. 1. I principi IAEM della gestione dell'emergenza

1. Comprensiva: per quanto riguarda i disastri, i coordinatori di emergenza dovrebbero prendere in considerazione tutti i rischi, tutte le fasi, tutti gli impatti e tutti gli interessati.

2. Progressiva: i coordinatori di emergenza dovrebbero anticipare i disastri del futuro e prendere misure preventive e preparatorie atte a creare comunità resilienti e resistenti ai disastri.

3. Gestione dei rischi: nel coordinare le priorità e le risorse, i coordinatori di emergenza dovrebbero utilizzare buoni principi di gestione dei rischi, basati sull'identificazione dei pericoli, nonché sull'analisi dei rischi e degli impatti.

4. Integrata: i coordinatori di emergenza dovrebbero assicurare una certa unità tra tutti i livelli della pubblica amministrazione e tutti gli elementi della comunità.

5. Collaborativa: i coordinatori di emergenza dovrebbero creare e mantenere rapporti larghi e sinceri tra persone ed organizzazioni atti ad incoraggiare fiducia, promuovere un'atmosfera da squadra, creare consenso e facilitare comunicazione.

6. Coordinata: per arrivare ad obiettivi comuni, i coordinatori di emergenza dovrebbero sincronizzare le attività di tutti gli interessati.

7. Flessibile: quando si tratta di affrontare la sfida dei disastri, i coordinatori di emergenza dovrebbero utilizzare approcci creativi e innovativi.

8. Professionale: i coordinatori di emergenza dovrebbero utilizzare un approccio basato su principi scientifici, radicati nella conoscenza accademica della materia, con ampio riferimento alla formazione, l'addestramento, l'etica, il servizio pubblico e il costante miglioramento.

NB: Questo principi costituiscono la base della definizione del profilo professionale del coordinatore di emergenza, come utilizzato nell'esame del CEM – Certified Emergency Manager.
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venerdì 8 agosto 2008

L'esercito sulle strade delle città italiane



Lo spiegamento delle truppe sulle strade delle principali città italiane nell'estate del 2008 ha sollecitato molti commenti dal resto del mondo. In realtà non è una mossa particolarmente insolita. La stessa cosa è successa in India e Cina contemporaneamente. Per di più, l'esercito è stato utilizzato in diverse crisi italiane, più recentemente all'inizio del 2008 per togliere le immondizie dalle strade della Campania. I commentatori esteri hanno chiesto, in vari modi, se l'apparenza di truppe armate sulle strade di Roma e Milano significhi il ritorno del fascismo, o invece vogliono sapere se è soltanto un segno dell'incapacità della forze italiane di polizia di combattere un'ondata di attività criminale. Infine, chiedono se, data la preoccupazione del governo con la questione degli immigranti in Italia, la presenza delle truppe, sia un segno della xenofobia. Quest'ultima domanda è favorita dai vari pronunciamenti del governo centro-destra rispetto alla presenza degli stranieri, i quali, in barba alle statistiche, innaffiano la paura degli estranei manifestata da alcuni cittadini.

Consideriamo il ruolo delle truppe nelle strade delle città italiane e cerchiamo di derivare alcune lezioni di applicazione generale senza particolare riferimento nazionale. In primo luogo, non esiste un'ondata di attività criminale sulle strade cittadine d'Italia, le quali rimangono sicure alle pari con le migliori ambienti urbani in altre parti d'Europa. In qualsiasi caso, i servizi di emergenza e di protezione civile non sono necessariamente del tutto demilitarizzati. I Carabinieri sono un corpo di polizia e un ramo dell'esercito, con piena organizzazione militare. In diverse parti d'Italia essi sono custodi dell'ordine pubblico più visibili della Polizia di Stato, sebbene non più visibile della onnipresente polizia urbana. In secondo luogo, la Polizia di Stato e il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco dipendono dal Ministero dell'Interno, un fatto che li rende centralizzati quanto l'Esercito Italiano. La terza considerazione è che, come in molti altri paesi, i pompieri sono organizzati su base paramilitare per motivi di professionalità, disciplina e efficienza al lavoro. In alcune regioni d'Italia persino i cacciatori sono organizzati su lineamenti militari, sebbene l'obiettivo è di acquisire la materia prima di prosciutti, salsicce e bistecche di cinghiale. In altre parole, non c'è motivo per essere particolarmente ansiosi a causa dell'organizzazione militare.

Ciò nondimeno, in passato ho scritto ripetutamente [1] che la misura dell'evoluzione di un sistema di protezione civile resta nel suo grado di demilitarizzazione. In un servizio ben evoluto, la mancanza di organizzazione militare la rende libero dall'autoritarismo, dotato di flessibilità e sensibile al fabbisogno di sicurezza da parte della popolazione civile.

In contrasto, la difesa civile è praticamente rinato negli anni 2000, la nuova epoca del terrorismo internazionale. Paradossalmente, dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, il decentramento della risposta alle crisi è stato bruscamente rovesciato. In molti paesi, lo stato centrale hanno lanciato rinnovate forme costose, ambiziose e spesso draconiane di difesa civile sotto il titolo di "homeland security" (e in un certo senso è bene che non ci sia una facile traduzione del termine in italiano) o qualsiasi sia il termine di applicazione locale. I "guerrieri freddi" sono tornati in trionfo, contenti di avere un bersaglio, un nemico di nuovo nella personificazione del male, Osama Bin-Laden (il quale, naturalmente, è in gran parte una creazione delle paure e degli interessi dell'Occidente e non è esattamente ben messo per fungere come il nonno del terrorismo moderno come viene caratteristicamente dipinto dai media).

Quando, pochi anni fa, soldati e carri armati sono stati inviati a presiedere sull'Aeroporto di Heathrow a Londra fu detto che l'intelligence militare aveva individuato una minaccia specifica. Può darsi, ma era chiaro che le forze militari sul campo non sarebbero potuto prevenire l'abbattimento di un aereo civile con un missile lanciato da una casa nei rioni della Londra occidentale. Invece le funzioni delle truppe erano legate alle loro comunicazioni criptate e la visibile presenza, giudicata rassicurante, di uomini armati in divisa. In qualsiasi caso, fu lasciato ai servizi segreti a cogliere intelligence e alla polizia a pedinare l'infrastruttura del terrorismo e le sue linee di comando.

Riguardo le truppe sulle strade, bisogna preoccuparsi delle città del mondo dove esse rimangono per anni, una presenza permanente - Yangon o Harare, forse – e di che cosa fanno quando montano le pattuglie. In una società democratica, il personale dell'esercito può fare ben poco per ridurre l'incidenza dell'attività criminale, soprattutto se manca il potere dell'arresto dei sospettati. Tranquilli ambienti urbani non possono essere trattati come se fossero campi di battaglia, oppure ci sarebbero costanti violazioni di diritti civili ed umani. Inoltre, le truppe non sono state formate e addestrate nella prevenzione dei crimini in aree urbane. Le loro uniche doti sono il fattore dell'intimidazione e le armi che sarebbero malavvisati ad usare in qualsiasi circostanza che non fosse una vera e propria emergenza.

Una tregua infelice e non dichiarata esiste tra protezione civile e difesa civile. La prima ha radici locali, è decentrata e esiste con lo scopo di affrontare tanti tipi di contingenza, da caimani nei torrenti a terremoti all'influsso dei pellegrini per il funerale del Santo Padre. Il secondo è controllato dal governo centrale e esiste per proteggere la popolazione civile (oppure i sui rappresentanti) contro attacco armato. I due sistemi non sono necessariamente distinti, l'uno dall'altro, dai loro nomi, ne ugualmente sviluppati. In Italia, la protezione civile è un fenomeno altamente visibile con basi dovunque nella nazione e migliaia di volontari vestiti in divise colorate. La difesa civile è un servizio molto più riservato, e le suo funzioni vengono discusse molto poco, tranne in prefettura, forse.

La tendenza nella rivalità tra difesa civile e protezione civile sarà inerente nella politica di sussidiarietà e centrismo. Il governo italiano che ha messo le truppe in strada è molto preso dalla sussidiarietà, visto che metà del Consiglio dei Ministri parli continuamente di liberare le circoscrizioni provinciali dall'interferenza di Roma. Comunque, in questo esiste un elemento di inganno. I politici che lavorano al centro in un governo nazionale non sono particolarmente propensi a cedere il potere agi amministratori locali, per lo meno è così se non possono presiedere su una sostanziosa rete decentrata e regionalizzata del potere. Quindi lo spiegamento delle truppe, solida evidenza del potere centrale.

In termini operativi, lo spiegamento dei soldati per montare la guardia su siti strategicamente importanti è di scarsa importanza. E' molto probabile che non abbiano la necessaria formazione e addestramento nelle tattiche di contro-terrorismo urbano, e che non siano dotate di accesso all'apposita intelligence. E' invece un'indicazione visibile di un processo più profondo e complesso legato ai meccanismi interni del governo, anzi, del governance. Una volta, mi è stato spiegato parte di quel meccanismo da un politico ad alto livello a tavola in un ristorante nella Lombardia, ma temo che sia un malloppo di rapporti troppo complesso per essere compreso tramite un'intelligenza flebile come la mia. In qualsiasi caso, la marcia degli eventi (SARS, aviaria, terremoti, chissache?) cambierà il processo e determinerà, quanto lo faranno le alleanze politiche, quale sia l'eventuale equilibrio tra difesa civile e protezione civile. L'unica certezza è che, per quanto riguarda la gestione delle crisi, il politici custodiscono una predilezione per decisioni populiste e quindi sono attaccati al corto termismo. Al peggio, i risultati si vedono in reazioni spontanee e mal considerate agli eventi, come è lo spiegamento delle truppe sulle strade, mentre al meglio temo che si tratti di una spanna di attenzione al problema delle emergenze che rimane limitata e sporadica.

Nota

[1] Alexander, D. 2002. From civil defence to civil protection--and back again. Disaster Prevention and Management 11(3): 209-213.

giovedì 17 luglio 2008

Le persone disabili nelle grandi emergenze



Introduzione

In un mondo civile le persone disabili dovrebbero usufruire dell'opportunità di partecipare alla vita della comunità con un numero di barriere più basso possibile. Non esiste giustificazione per abbandonare questo principio nelle grandi emergenze. Ciò nonostante, i disabili possono riscontrare barriere fisiche o essere soggetti a particolari difficoltà di comunicazione che impediscono loro di reagire in modo efficace nelle situazioni di crisi e negano loro la possibilità di usufruire dell'assistenza fornita alle persone non disabili.

L'intera questione di come fornire assistenza ai disabili in situazioni di emergenza è stata largamente ignorata. Il corpo di letteratura accademica sul tema rimane molto esiguo (ad es. Parr 1987, Tierney et alii 1988) e non ci sono particolari segni di rinnovo dell'impegno degli studiosi. Inoltre, raramente il tema viene dibattuto nel corso dei convegni di protezione civile. Nonostante questo, ci sono state delle iniziative utili, come la Verona Charter sui Diritti dei Disabili nei Disastri (ULSS20 Verona 2007 - vedi sotto). Nel mondo esistono alcuni centri di studio (ad es. il Centre for Disability Studies dell'Università di Leeds, Regno Unito; Hemingway e Priestley 2006, Priestley e Hemingway 2006) e sono stati pubblicati alcuni manuali di procedure esemplari (ad es. FEMA 2003). Comunque, alcuni rapporti sullo "stato dell'arte" in questo settore hanno fornito un catalogo di provvedimenti insufficienti e descrizioni di casi di assistenza fallita (CID 2004, Tady 2006, White et alii 2004).

Questo articolo cercherà di restaurare l'equilibrio e incoraggiare azioni a favore di una buona assistenza ai disabili nei disastri. Affronterò alcune delle principali questioni legate alla condizione dei disabili in situazioni di crisi generale, cercherò di rilevare i problemi e richiamare l'attenzione su alcune possibili soluzioni.

Nel contesto della protezione civile, che cosa è disabilità?

La classica visione della disabilità è quella di una persona su una sedia a rotelle che deve essere portata via con la forza fisica dalla fonte del pericolo. In realtà la questione è molto più complessa. In primo luogo, esistono tante forme di disabilità: l'elenco include paraplegia, quadriplegia, sordità, cecità e difetti visivi, malattia e ritardo mentale, danni al cervello, ictus, senilità e demenza senile, morbo di Alzheimer e, di fatto, numerose forme di dipendenza da personale, attrezzature e rifornimenti per il sostegno delle funzioni vitali. Anche se la vecchiaia non è in sé una disabilità, molte persone anziane sono deboli, mancano dell'agilità delle persone più giovani e possono essere anche malate o affette da varie condizioni cliniche.

Rispetto alla classificazione, le disabilità ricadono nelle seguenti categorie: difficoltà di mobilità, inabilità a vedere (con possibile utilizzo di cani guida), sordità, problemi di comunicazione e articolazione delle parole (come accade nelle vittime di ictus), disordini cognitivi, vari problemi medici, necessità utilizzo di sistemi di supporto delle funzioni vitali, intolleranza a sostanze chimiche o ambientali, disordini psichiatrici e attacchi di panico, e debolezza legata alla vecchiaia. Quindi l'elenco è lungo e impressionante. Inoltre, le persone disabili possono soffrire di più di una forma di disabilità. Chiaramente, le diverse categorie dovrebbero essere associate ad un ricco elenco di provvedimenti da adottare durante le emergenze, compreso il trasporto delle persone con mobilità ridotta, l'utilizzo di mezzi specializzati di comunicazione per persone affette da difficoltà cognitive o da difetti di articolazione delle parole, utilizzo di attrezzi portatili o sostituzione di altri mezzi per chi ha bisogno di sistemi di supporto delle funzioni vitali, e sostegno psichiatrico per persone affette di problemi mentali.

I disastri possono creare discriminazioni verso le persone disabili. Ad esempio, in caso di terremoto una persona confinata su una sedia a rotelle non potrebbe rifugiarsi sotto un banco o un tavolo, né correre in strada passando dalle scale di un palazzo (Rahimi 1993, 1994). Le persone sorde, o affette da difetti visivi, potrebbero non riconoscere un pericolo o non sentire istruzioni verbali che intimino l'evacuazione (Kailes 2002). Per di più, le persone che dipendono da attrezzature elettriche (macchine per la dialisi, ventilatori, o semplicemente mezzi elettronici di comunicazione) potrebbero trovarsi in difficoltà nel caso in cui la corrente elettrica venisse a mancare durante un'emergenza. Infine, tutti i servizi offerti al pubblico generale nelle emergenze e nelle crisi (trasporto per l'evacuazione, alloggio provvisorio, assistenza morale e psicologica, ecc.) dovrebbero essere accessibili anche ai disabili.

Il problema, si nota, non è insignificante. In Toscana, il 16% della popolazione denuncia qualche forma di disabilità. Ben 54 milioni di americani e 90 milioni di indiani sono disabili (e in India la legge di base in materia di protezione civile non offre nessun provvedimento per i disabili). Ai tempi dell’Uragano Katrina sulle coste statunitensi del Golfo del Messico, ben 155.000 abitanti delle tre città di Biloxi (MS), Mobile (AL) e New Orleans (LA) furono registrati come disabili. Molti si trovarono in grave difficoltà all'arrivo dell'uragano. Infatti, poiché il 71% delle 1.330 vittime accertate dell'uragano furono persone di un’età superiore ai 60 anni, è chiaro che l'impatto del disastro sui disabili fu smisurato (Tady 2006).

Nonostante il fatto che il 19,3% della popolazione degli Stati Uniti soffra di qualche tipo di disabilità, ben l’80% dei coordinatori di emergenza consultati in una recente indagine (NCD 2005) non aveva preso in considerazione i disabili nei loro piani di emergenza. Infatti, il 57% non sapeva quante persone disabili erano registrate nella loro giurisdizione, e solo il 27% di loro aveva seguito un corso offerto dalla Federal Emergency Management Agency statunitense (FEMA) su come proteggere i disabili nei disastri. Inoltre, il problema può essere particolarmente grave se l'evento è di vaste proporzioni: ad esempio, l'11 settembre 2001 un gruppo di persone fisicamente disabili si riunì in una stanza all'ottantesimo piano del World Trade Center di New York in attesa di essere evacuate dai pompieri, ma l'edificio crollò prima che potessero essere salvate (CID 2004).

Possiamo concludere che le grandi emergenze mettono i disabili più a rischio degli altri membri della popolazione, possono intrappolarli e metterli in pericolo con l'imposizione di nuove barriere. Malgrado questo quadro negativo, non tutti vedono la situazione in maniera così sfavorevole. Per esempio, nel 1994 nella rivista Mainstream, Douglas Lathrop ha scritto che "in un certo senso i disabili che riescono a vivere con un certo livello di indipendenza sono più preparati ad affrontare le situazioni di pericolo rispetto alle persone non disabili. Essi traggono beneficio da un 'vantaggio psicologico'..." (Lathtrop 2004). E’ possibile, ma quando si verifica undisastro non possiamo e non dobbiamo lasciare tutto alle particolari abilità di sopravvivenza dei disabili. La prossima sezione è quindi dedicata alle strategie pratiche di assistenza.

Aiutare i disabili nei disastri

In una situazione di emergenza è abbastanza facile non riconoscere la natura della disabilità che una persona accusa e quindi è possibile che l'assistenza offerta sia del tipo sbagliato. Le organizzazioni che lavorano nella protezione civile sono abituate a fornire assistenza a grandi gruppi di persone, ma i disabili hanno necessità individuali che possono essere diverse da quelli dei gruppi. Infatti, assistere i disabili nei disastri significa non solo varare procedure particolari, ma anche approntare preparazioni speciali e piani fatti a misura dei loro bisogni. Purtroppo, prestare attenzione ai singoli individui nelle emergenze richiede manodopera proprio quando l'offerta è notevolmente insufficiente rispetto alla domanda. Comunque, fornire un'assistenza speciale è un modo di dimostrare che, malgrado siano portatori di handicap, i disabili sono membri della società a pieno titolo, con tutti i benefici, diritti e privilegi associati a questo.

Nella pianificazione e nella gestione delle emergenze sarebbe il momento di prendere in considerazione i problemi, i bisogni speciali e i punti di vista dei disabili. Ad esempio, seguire i piani di evacuazione richiede per lo più l'abilità di camminare, guidare, vedere e udire. Bisogna dunque adattare tali piani ai bisogni delle persone che non possono fare una o più di queste cose (Kailes 2002).

L'esperienza dei disabili nei disastri rileva certi bisogni, come ad esempio assicurare la continuità dei servizi per persone che dipendono dalla presenza dell'elettricità, del telefono, dell'acqua corrente, e di altri servizi di base. Le persone disabili hanno bisogno di sapere come cavarsela quando ci sono disordini e detriti a casa, e quali servizi di trasporto e mobilità saranno disponibili nelle situazioni di crisi. Devono inoltre essere informate su come possono rifornirsi di generi di prima necessità nelle situazioni di emergenza. Esiste anche la questione di come soddisfarei bisogni dei cani guida (FEMA 2003).

Un rapporto sui disabili nei disastri (White et alii 2004) sostiene che pochissimi dati empirici sono stati raccolti sulla questione di come evacuare i disabili in maniera efficiente e in sicurezza durante le emergenze e i disastri (vedi Kailes 2002). Inoltre, in molte situazioni manca l'integrazione e la cooperazione tra le varie organizzazioni che lavorano con i disabili e gli esponenti del settore della protezione civile che pianificano e gestiscono la risposta alle emergenze. E' importante iniziare il dialogo, perché la questione è complessa. Nessuna singola strategia è valida per tutte le disabilità. Inoltre, come assistere i disabili al meglio è una questione legata ad altre esigenze, quali l'assistenza ai gruppi alle minoranze etniche, alle ragazze madri, e a persone che hanno bisogno di farmaci speciali.

E' relativamente facile elencare i principi di base che governano l'assistenza ai disabili. In primo luogo, i servizi e le procedure dovrebbero essere disponibili ugualmente in tempi di calma e di crisi. Le comunicazioni di emergenza dovrebbero essere accessibili, comprensibili e affidabili. Le associazioni che forniscono regolarmente assistenza ai disabili dovrebbero essere coinvolte nelle attività di protezione civile e nel processo di pianificazione dell’emergenza. Dove esiste un concreto rischio di disastro, occorre approntare un apposito programma di preparazione, educazione e formazione, sia per gli esponenti della protezione civile che per i disabili beneficiari dei loro servizi. Infine, bisogna richiamare l'attenzione dei mass media sul loro potenziale ruolo come fornitori di informazione di emergenza ai disabili.

Una guida alla protezione civile scritta specificamente per i disabili (FEMA/ARC 2004) raccomanda tre azioni da compiere, se possibile. La prima è stimare il tipo e l'entità dei rischi presenti al lavoro e in casa. In secondo luogo, essi dovrebbero creare una rete di sostegno composta di almeno tre persone per ogni luogo che frequentano abitualmente. La terza azione è stimare la propria capacità di rispondere con azioni autoprotettive in caso di crisi. Per di più, per le forme di disabilità che non sono palesi, potrebbe essere utile portare una collana oppure un braccialetto che indichi la disabilità in questione. Questi sono esempi di un approccio pratico che può fare molto per aumentare la sicurezza dei disabili nelle situazioni di crisi. Comunque, questa forma di pragmatismo dipende dalla capacità e dalla volontà di sviluppare un atteggiamento positivo verso il problema nella comunità degli esponenti della protezione civile.

Conclusioni

Come notato sopra, la letteratura accademica sui disabili nei disastri è veramente scarsa (Parr 1987, Rahimi 1993, Tierney et alii 1988). Sembra che questo indichi che il problema sia ancora negletto in termini sia teorici sia pratici. Si tratta comunque chiaramente una questione di grande importanza. Nelle parole di Hemingway e Priestley (2006):-

"I disabili sono stati resi più vulnerabili verso i pericoli naturali tramite processi storici di esclusione e impoverimento. Di conseguenza, la loro esperienza dei disastri può essere più acuta e di più lunga durata rispetto alla popolazione dei non disabili. In tutto il mondo questi effetti sono accentuati nelle comunità dei poveri, dove i disabili rimangono tra i più poveri dei poveri. Inoltre, quando si verifica un disastro, i disabili riscontrano differenze di accesso all'alloggio provvisorio e al soccorso e sono spesso esclusi dalla piena partecipazione alle attività di risposta e ripristino."

L'idea che il verificarsi di un'emergenza o un disastro significhi la sospensione delle normali regole non dovrebbe risultare nella discriminazione verso i disabili in termini dell'erogazione dell'assistenza. Dovrebbe invece significare l'opposto, raddoppiando le iniziative a favore dei disabili nelle emergenze, e dando una considerazione speciale e prioritaria ai loro bisogni. Inoltre, il verificarsi di condizioni di crisi non dovrebbe offrire una scusa per violare la dignità dei disabili. E' importante considerare la categoria dei disabili nella formulazione dei piani d'emergenza. Questo è un imperativo morale ed anche una questione di semplice giustizia e uguaglianza. E' necessario sapere dove sono i disabili quando si verificano le emergenze e assicurare che i giusti servizi siano disponibili per loro. Potrebbe anche essere consigliabile un elemento di monitoraggio per assicurare che i disabili non siano soggetti a discriminazioni.

Nell'Unione Europea la pubblicazione della Carta di Verona sul Soccorso delle Persone con Disabilità in Caso di Disastro (ULSS20 Verona 2007) è una pietra miliare nel riconoscimento ufficiale dell'esistenza di un problema che deve essere affrontato. La Verona Charter segna l'apice di un progetto che ha studiato la categoria dei disabili nei disastri in vari paesi dell'Europa e ha quindi contribuito alla formulazione di un chiaro quadro del problema e delle possibili soluzioni. Nonostante una cronaca ricca di cattivi esempi (vedi NCD 2005), esiste sempre l'opportunità di migliorare la situazione. Farlo sarebbe un segno di civiltà e un'affermazione dei diritti di persone che, nonostante le loro disabilità, sono membri della società a pieno titolo e meritano di essere protette quando si verificano disastri.
Citazioni

CID 2004. Lessons Learned from the World Trade Center Disaster: Emergency Preparedness for People with Disabilities in New York. Center for Independence of the Disabled, New York (vedi http://www.cidny.org/).

FEMA 2003. Disaster Preparedness for People with Disabilities. US Federal Emergency Management Agency, Washington DC (vedi www.fema.gov/library/disprepf.shtm).FEMA/ARC 2004. Preparing for Disaster for People with Disabilities and Other Special Needs. US Federal Emergency Management Agency and American Red Cross Society, Washington DC, 20 pp.
Hemingway, L. e M. Priestley 2006. Natural hazards, human vulnerability and disabling societies: a disaster for disabled people? Review of Disability Studies 2(3): 57-67.

Kailes, J. 2002. Evacuation Preparedness: Taking Responsibility For Your Safety: A Guide For People With Disabilities and Other Activity Limitations. Center for Disability Issues and the Health Profession, Western University of Health Sciences, Pomona, California (vedi www.westernu.edu/cdihp.html).

Lathrop, D. 1994. Disaster! If you have a disability, the forces of nature can be meaner to you than anyone else. But you can fight back. Be prepared. Mainstream (Nov. 1994), (vedi www.accessiblesociety.org/topics/independentliving/disaster.htm).

NCD 2005. Saving Lives: Including People with Disabilities in Emergency Planning. US National Council on Disability, Washington DC (vedi http://www.ncd.gov/).

Parr, A.R. 1987. Disasters and disabled persons: an examination of the safety needs of a neglected minority. Disasters 11(2): 148-159.

Priestley, M. e L. Hemingway 2006. Disabled people and disaster recovery: a tale of two cities? Journal of Social Work in Disability and Rehabilitation 5(3/4): 23-42.

Rahimi, M. 1993. An examination of behaviour and hazards faced by physically disabled people during the Loma Prieta earthquake. Natural Hazards 7(1): 59-82.

Rahimi, M. 1994. Behavior of mobility-disabled people in earthquakes: a simulation experiment. Earthquake Spectra 10(2): 381-401.

Tady, M. 2006. Disabled people left behind in emergencies. The New Standard.

Tierney, K., W. Petak and H. Hahn 1988. Disabled Persons and Earthquake Hazards. Monografia n. 46, Institute of Behavioral Science, Program on Environment and Behavior, University of Colorado, Boulder, Colorado.

ULSS20 Verona 2007. Verona Charter on the Rescue of Persons with Disabilities in Case of Disasters. ULSS no. 20, Verona, 17 pp.

White, G., M. Fox, J. Rowland, C. Rooney and S. Aldana 2004. Nobody Left Behind: Investigating Disaster Preparedness and Response for People with Disabilities. Lawrence, Kansas (vedi www.rtcil.org/resources.htm).